La Rivolta Impossibile: Vita di Lucio Mastronardi di Riccardo De Gennaro – Recensione

Immagine di Mauro Pagliai Editore

Non è possibile parlare di Mastronardi senza parlare di Vigevano; e fino ad una manciata d’anni fa non era possibile nominare Vigevano senza che qualcuno, dicesse “Ah, il Maestro di Vigevano” pensando al film, naturalmente, non al libro che lo aveva generato. Da quando di quel romanzo ne fecero il film che rese famosa la città in tutta Italia,  ne è passata d’acqua sotto il ponte del Ticino. Mastronardi, è l’autore de “Il maestro di Vigevano” ed è stato il cantore di un’epopea che tanti ottantenni di oggi ancora ricordano con gli occhi lucidi. I vecchi vigevanesi, doc o importati, non ti raccontano di balli e gioventù, ma di quanto lavorare han fatto nelle cantine o dentro le loro case, coi bambini che giocavano tra gli effluvi del “tenacio” e si addormentavano al ticchettio del martelletto sulla tomaia; le loro mamme non staccavano mai, se non per far pipì o per metter su l’acqua per la pasta o, se non c’era tempo, per scartare un cartoccio di pane e salame comprato sotto casa. Il fatto è che il lavoro era diventato come il gioco d’azzardo, se cominci non ti puoi più fermare e tutta la città, a quel tempo, si muoveva al ritmo dell’allegro ticchettio dei martelletti suonanti come soldini sulle pelli.
Riccardo De Gennaro, l’autore di questa bella biografia di Lucio Mastronardi, non è un vigevanese, ma la vigevanesità l’ha acquisita sul campo, attraversato da un pensiero alterno sullo scrittore, nel corso di lunghi anni di gestazione, ha tenuto vivo un pensiero su di lui, come una leggera ossessione. L’autore ci racconta del suo primo incontro con la figura dello scrittore,  ci testimonia la fatica di raccogliere in un sistema coerente suggestioni, fascinazioni, casualità e fatti disvelatisi nell’arco di anni mescolati tra la sua vita e  la parabola di questo minuto menestrello. La storia della scrittura e delle interviste dell’autore come un vivace intermezzo si intrecciata ai capitoli biografici sullo scrittore vigevanese. La bella foto scelta per la copertina è emblematica: Lucio pare un giovane uomo birichino,  ascolta Maria Jatosti che, sfilandosi gli occhiali scuri come per guardarlo meglio negli occhi, sembra dirgli che ha capito la sua marachella; lui ha l’aria di uno che sta per farle uno scherzo o che glielo ha appena fatto e ne pregusta il divertimento. Credo che, nel momento dello scatto, Lucio Mastronardi fosse realmente se stesso, di lei si fidava; esattamente come non si fidava della sua città che lo annoiava o lo faceva arrabbiare. Questa rabbia verso Vigevano l’ha riversata nei libri che portano, nella maggioranza, il  nome della città nel titolo. Vigevano come una famiglia scomoda, che un po’ si vergogna di te e un po’ si arrabbia perchè ne metti in piazza le miserie e non vuoi mettere la testa a posto,  integrarti e ti allontana. Lucio, invece, non è mai riuscito ad allontanarsi da lei, da quella stringa di strade attorno alla piazza Ducale e dal Ticino, il “fiume azzurro”. La sua ribellione la riversò magistralmente in quella scrittura che a tratti secchi descriveva i maggiorenti della città, i parvenù che tutti riconobbero con nome e cognome e che gli invise in vita, e anche dopo, l’establishment. Forse, se avesse potuto dedicarsi totalmente alla scrittura, col tempo si sarebbe un pò ammansito e magari salvato da quella rabbia che la sua città, invece, ha digerito, ingozzata di denaro. Lucio scriveva per non annoiarsi, scrivere era “l’unica avventura” che si è concesso nella vita. De Gennaro ci dice che quando Mastronardi pensava a un romanzo e ai suoi personaggi,  entrava in  “un gioco che ti ammazza la noia di vivere: in quei momenti lì sono felice. Poi viene lo scrivere che è tormento, fatica, raramente abbandono. Ma è sempre tempo che passa, comunque”.
E’ all’interno della sua ferita primordiale mai sanata che si fece strada in lui la necessità del racconto di ciò che gli si stava rivelando: una nuova micro società che come un contagio, a macchia d’olio avrebbe avvolto l’Italia intera addormentata ogni sera davanti a milioni di televisori. Fu il cantore di questa nuova società emergente e prevaricatrice, come il suo Ticino quando è in piena. La città fu operaia dall’inizio del novecento, ma il boom economico la vide protagonista assoluta in tutto il mondo nella produzione delle calzature. Il menestrello, con l’aria talora arrogante e talora mesta, ne cantava le gesta raccontando le contraddizioni della sua gente, accecata dal miraggio del denaro.  Il primo obiettivo dei vigevanesi era fare soldi, perchè solo se avevi soldi eri qualcuno, solo se compravi la televisione, poi la lavatrice e poi, finalmente, l’automobile prima del vicino di casa. Il miraggio del denaro aveva annebbiato le menti, la gente non si accontentava più di avere un lavoro e godersi la vita, se di soldi ne avanzavano, come era sempre successo. E loro  non sapevano godersi la vita, compravano divani su cui non ci si poteva sedere e che all’arrivo della plastica rimasero fasciati come infanti e loro, seduti su scranni di legno scomodi a guardare la televisione;  le automobili ritirate nei garage costruiti dopo aver abbattuto un paio di tigli nel cortile e, la domenica, il godimento del bene acquisito: il lavaggio dell’auto dalla polvere che, durante la settimana, si era acumulata su quelle curve cromate. Un clima surreale di cui Lucio, come dice De Gennaro, era  ”-il don Chisciotte…-. Vedeva gli idoli, ne osservava le contraddizioni e le stigmatizzava”.
Fu dunque davvero uno scrittore rivoluzionario, perchè non interessato al potere, né al successo, un antipolitico si direbbe oggi. Lucio Mastronardi era quello che in ogni storia di famiglia  rappresenta  “la pecora nera”, il figlio più sensibile, quello con le antenne più lunghe che si slanciano verso il cielo, che attira su di sé e le patisce  tutte le contraddizioni dei suoi membri; la famiglia, invece, ovvero Vigevano,  non le ha volute cogliere, relegandole  nella scatola chiusa della follia.
Quella che lui definiva la noia di vivere, lo stato depressivo sotteso, strisciante, preludio alle crisi dissociative importanti che lo colpirono, lui se lo curava seduto ad un tavolino della sua piazza Ducale; da lì, con quell’aria un po’ sorniona, a volte strafottente, captava voci e odori dai carretti per il mercato del mercoledì e del sabato, mischiati col profumo dell’espresso dai caffè. Nell’aria, frasi dialettali che traduceva in quella lingua “parlata” così pregna di umori, ancora antica,  un dialetto italianizzato, modernizzato, in quel  linguaggio che Vittorini sul Menabò definì  “italo-lombardo”; il linguaggio della sua gente che era semplice e che voleva diventare “signora”.
In fin dei conti, a guardare come ci siamo ridotti ora,  quel tempo ci fa persino un po’ di nostalgia:
“cinquantasettemila abitanti e nessuna libreria” scriveva costernato Giorgio Bocca su Il Giorno del 10 gennaio 1962. Oggi, sessantatremila e rotti abitanti, un numero di calzaturifici che sta nelle dita di una mano, e, di Mastronardi, una pila di libri firmati De Gennaro, nell’unica libreria della città.