Niente Si Oppone Alla Notte di Delphine de Vigan – Recensione

Questa è la storia vera della famiglia materna dell’autrice, Delphine de Vigan , già conosciuta al pubblico per “Gli effetti secondari dei sogni” Prix des Libraires 2008 e “Le Ore Sotterranee” del 2010. L’incipit è il suicidio della madre sessantunenne della scrittrice. Da questo tragico evento si avvia il racconto della famiglia materna, a partire dai suoi nonni Liane e Georges e dei loro numerosi fratelli e sorelle. L’elenco in colonna coi nomi dei genitori, dei fratelli e delle sorelle della madre con le rispettive date di nascita e, per alcuni, anche di morte, è il biglietto da visita di questa saga famigliare.
Nello svolgersi delle pagine  è netta l’alternanza del senso tragico di un destino che avvolge i personaggi-figli come un bozzolo e l’inesistenza di due genitori impegnati ciascuno in attività egoriferite. Nel frattempo, i figli devono darsi da fare come meglio possono per sostituirli, come se questo fosse possibile: eccoli accompagnare ai giardini i più piccoli o metterli a letto, o medicarli. E’ il senso di morte che traspare dalla scrittura della de Vigan come uno sfondo statico a tante storie che si svolgono su un palcoscenico e noi, i lettori, le possiamo immaginare anche diverse, perchè le vorremmo diverse, ma, alla fine, ci dobbiamo arrendere alla “banalità del male” di cui esse sono intrise.
Quando le vite sono tante e sono tutte inconsapevolmente “in gioco” in ogni pagina sai che c’è qualcosa che ti aspetta, qualcuno che sta per perdersi nei meandri delle giornate verso un ineluttabile destino. I precursori Liane e Georges paiono uscire indenni, da drammi che stroncherebbero chiunque.
Delphine raccoglie dati, scritti sparsi della madre, parole criptiche volanti su pezzetti di carta, anatemi, interroga le zie e traccia, strada facendo, il quadro della storia di una famiglia della media borghesia francese. La più parte della storia è ambientata tra Parigi e Pierremont, nella casa della famiglia di Liane, la casa dove tutti ciclicamente si ritrovano con paura e desiderio al tempo stesso e ciclicamente soffrono disperatamente, giurando ogni volta di non metterci più piede.
La storia di Lucile è la riscoperta di una donna che si reinventa ai limiti della disperazione, della malinconia di quello che sarebbe potuta essere. Sarebbe bastato solo lasciarla crescere, anche da sola, e si sarebbe fatta meno male. E’ il ritratto impietoso che una figlia traccia della propria madre, di cui ha dovuto fare a meno troppo presto; una madre che ci appare in tutta la sua violenza e disperazione, in tutta la forza eversiva che la malattia mentale contiene. La malattia vista attraverso gli occhi di una bambina disincantata,  precocemente genitorializzata, che  si deve prendere cura di una donna estremamente fragile e completamente sola. Lucile, sua madre, che nasce terzogenita “…di una bellezza che nessuno poteva oscurare”. Dopo di lei ne nasceranno altri cinque di bambini ed un sesto sarà adottato.  I loro divertimenti sono quelli di una nidiata di fratelli in scala che solo il crepuscolo strema. Come in un campo minato vivono saltando le mine  delle inefficienze genitoriali; tutto il resto è storia di bambini-adulti che si occupano di quelli più piccoli di loro: Liane è una di quelle madri che sfornano meccanicamente figli semplicemente perchè hanno nostalgia del loro odore appena nati; appena crescono un poco ne devono fare subito un altro perchè  non possono tollerare di aver perso il loro giocattolo, ed il già vecchio trastullo, col nuovo arrivato, viene affidato alle cure dei fratelli più grandi. Nelle riflessioni finali la domanda dello psichiatra non è per quali ragioni Lucile avesse deciso di andarsene,  ma come avesse fatto a resistere tanto tempo: sarà difficile per  i lettori non porsi la stessa domanda.
Una scrittura scarna e priva di indulgenze a stereotipati effetti speciali, una narrazione  stringata che nulla lascia a frasi ad effetto, il duro pensiero è sottostante ad un timbro tranquillo e quasi distaccato.  Il risultato è uno spaccato di microsocietà ingombro di malinconia trattenuta, dove il senso delle cose che sono state continua a rieccheggiare nel ronzio degli insetti nelle lunghe estati o nell’umidità e nel freddo di Parigi come in quel giorno di febbraio quando Lucile ha deciso di morire “da viva”.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...