La Casa Bianca di Herman Bang – Recensione

Tempo di anniversari. Ancora una volta esordisco parlando di una casa editrice che proprio nel 2012  festeggia venticinque anni: complimenti ad Emilia Lodigiani ed ai suoi collaboratori; la passione l’ha guidata,  l’unico quid che serve per fare bene ogni cosa. Di Iperborea, prima dei libri tradotti del mondo nordico, ho amato i cataloghi, che ho cominciato a ricevere a casa e che tutt’ora ricevo e apprezzo come un dono prezioso, anche se compro i suoi libri attraverso Internet o in libreria. La loro grafica è originale e i libri sono “portabili” in valigia o dal dentista; prima di leggerli dovreste scorrere i polpastrelli delle dita sul cartoncino finemente rilevato, dal basso verso l’alto o viceversa. Poi potete  immergervi nella lettura di  “La Casa Bianca” di Herman Bang, autore danese morto a New York esattamente cento anni fa. L’ho scelto perchè è un inno all’estate, ma non solo, un inno al tempo che scorre lento dell’infanzia, un inno allo stupore di un bambino che guarda alla madre “lontana” eppure così profondamente vicina a lui.
Questo tipo di scrittura del ricordo è velata di una malinconia, mai melensa, bensì forte, uno struggimento controllato da parole preziose e quiete che ne mitigano l’intensità. Prende atto dal racconto autobiografico della vita che si svolge nella grande casa bianca sull’isola di Als; questo romanzo del maggior esponente del decadentismo nordico fotografa impressioni. Pubblicato nel 1898 ha una scrittura assolutamente moderna che taglia, esclude, sintetizza, precursore di tanta scrittura che verrà dopo. Bang descrive le cose ma non rivela mai il suo sentire, sono le cose e le parole degli altri che lo descrivono, soprattutto quelle della madre ce lo fanno conoscere. Rivedi quel bimbo che si aggira per la casa e la proprietà sulla scia della madre, attraverso interni dalle tende di lino svolazzanti, tra  i campi biondi di segale o nello stupore della neve e nel silenzio dell’inverno. Il tempo dell’infanzia di un bambino e i passi attraverso i giorni di una donna, sua madre, che persegue con tenacia rapporti con figli, servitù, ospiti e cose impregnati di poesia, nonostante l’austerità del marito. Per questo è evanescente e chiacchiera di cose leggere, salvo, di tanto in tanto e con la stessa naturalezza con cui canta una canzone, dire ”Senta che silenzio…qui morirei volentieri”. Punti di elevata poesia ne troverete molti, disseminati qua e là come pietre preziose che, ad una svolta di pagina, si rivelano all’improvviso con un bagliore; serate chiare e miti, il profumo delle rose.  La malinconia  dell’autore è la malinconia della madre cui, naturalmente il piccolo Herman non può dare sollievo; da lei imparerà a conoscere il senso profondo delle cose, l’attimo schiuso in un petalo di rosa che sboccia, ma anche gli antichi lavori che servivano a mandare avanti una casa grande e numerosa. Il piccolo bambino, che  sta come nascosto dietro i tendoni di casa o sotto un tavolo, mi ricorda il piccolo Alexander nella prima scena del capolavoro di Ingmar Bergman “Fanny e Alexander”: sotto il tavolo nel salone della nonna paterna, mentre le cose si animano di vita propria, non più meri oggetti decorativi,  ma sostanze pregne di significati, di luci ed ombre, osserva in silenzio la vita.  Una madre bambina, forse perchè è già stata troppo grande, incanta Herman e lo cattura ed egli la segue per le stanze, per i campi e i sentieri. Lo svolgersi delle cose è un tempo sospeso, si percepisce il quotidiano che si muove nella casa o fuori o in città,  ma è come se non importasse a nessuno. Consiglierei di predisporvi alla lettura preparando il luogo, relativamente distanti dagli altri in modo da udire solo brusio di parole e nessun significato, comodi nella seduta, magari all’aperto, se possibile sotto un tiglio o sul balcone di casa, dopo che è sceso il sole. No, questo non è libro da leggere nella sala d’attesa del vostro dentista.

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La Rivolta Impossibile: Vita di Lucio Mastronardi di Riccardo De Gennaro – Recensione

Immagine di Mauro Pagliai Editore

Non è possibile parlare di Mastronardi senza parlare di Vigevano; e fino ad una manciata d’anni fa non era possibile nominare Vigevano senza che qualcuno, dicesse “Ah, il Maestro di Vigevano” pensando al film, naturalmente, non al libro che lo aveva generato. Da quando di quel romanzo ne fecero il film che rese famosa la città in tutta Italia,  ne è passata d’acqua sotto il ponte del Ticino. Mastronardi, è l’autore de “Il maestro di Vigevano” ed è stato il cantore di un’epopea che tanti ottantenni di oggi ancora ricordano con gli occhi lucidi. I vecchi vigevanesi, doc o importati, non ti raccontano di balli e gioventù, ma di quanto lavorare han fatto nelle cantine o dentro le loro case, coi bambini che giocavano tra gli effluvi del “tenacio” e si addormentavano al ticchettio del martelletto sulla tomaia; le loro mamme non staccavano mai, se non per far pipì o per metter su l’acqua per la pasta o, se non c’era tempo, per scartare un cartoccio di pane e salame comprato sotto casa. Il fatto è che il lavoro era diventato come il gioco d’azzardo, se cominci non ti puoi più fermare e tutta la città, a quel tempo, si muoveva al ritmo dell’allegro ticchettio dei martelletti suonanti come soldini sulle pelli.
Riccardo De Gennaro, l’autore di questa bella biografia di Lucio Mastronardi, non è un vigevanese, ma la vigevanesità l’ha acquisita sul campo, attraversato da un pensiero alterno sullo scrittore, nel corso di lunghi anni di gestazione, ha tenuto vivo un pensiero su di lui, come una leggera ossessione. L’autore ci racconta del suo primo incontro con la figura dello scrittore,  ci testimonia la fatica di raccogliere in un sistema coerente suggestioni, fascinazioni, casualità e fatti disvelatisi nell’arco di anni mescolati tra la sua vita e  la parabola di questo minuto menestrello. La storia della scrittura e delle interviste dell’autore come un vivace intermezzo si intrecciata ai capitoli biografici sullo scrittore vigevanese. La bella foto scelta per la copertina è emblematica: Lucio pare un giovane uomo birichino,  ascolta Maria Jatosti che, sfilandosi gli occhiali scuri come per guardarlo meglio negli occhi, sembra dirgli che ha capito la sua marachella; lui ha l’aria di uno che sta per farle uno scherzo o che glielo ha appena fatto e ne pregusta il divertimento. Credo che, nel momento dello scatto, Lucio Mastronardi fosse realmente se stesso, di lei si fidava; esattamente come non si fidava della sua città che lo annoiava o lo faceva arrabbiare. Questa rabbia verso Vigevano l’ha riversata nei libri che portano, nella maggioranza, il  nome della città nel titolo. Vigevano come una famiglia scomoda, che un po’ si vergogna di te e un po’ si arrabbia perchè ne metti in piazza le miserie e non vuoi mettere la testa a posto,  integrarti e ti allontana. Lucio, invece, non è mai riuscito ad allontanarsi da lei, da quella stringa di strade attorno alla piazza Ducale e dal Ticino, il “fiume azzurro”. La sua ribellione la riversò magistralmente in quella scrittura che a tratti secchi descriveva i maggiorenti della città, i parvenù che tutti riconobbero con nome e cognome e che gli invise in vita, e anche dopo, l’establishment. Forse, se avesse potuto dedicarsi totalmente alla scrittura, col tempo si sarebbe un pò ammansito e magari salvato da quella rabbia che la sua città, invece, ha digerito, ingozzata di denaro. Lucio scriveva per non annoiarsi, scrivere era “l’unica avventura” che si è concesso nella vita. De Gennaro ci dice che quando Mastronardi pensava a un romanzo e ai suoi personaggi,  entrava in  “un gioco che ti ammazza la noia di vivere: in quei momenti lì sono felice. Poi viene lo scrivere che è tormento, fatica, raramente abbandono. Ma è sempre tempo che passa, comunque”.
E’ all’interno della sua ferita primordiale mai sanata che si fece strada in lui la necessità del racconto di ciò che gli si stava rivelando: una nuova micro società che come un contagio, a macchia d’olio avrebbe avvolto l’Italia intera addormentata ogni sera davanti a milioni di televisori. Fu il cantore di questa nuova società emergente e prevaricatrice, come il suo Ticino quando è in piena. La città fu operaia dall’inizio del novecento, ma il boom economico la vide protagonista assoluta in tutto il mondo nella produzione delle calzature. Il menestrello, con l’aria talora arrogante e talora mesta, ne cantava le gesta raccontando le contraddizioni della sua gente, accecata dal miraggio del denaro.  Il primo obiettivo dei vigevanesi era fare soldi, perchè solo se avevi soldi eri qualcuno, solo se compravi la televisione, poi la lavatrice e poi, finalmente, l’automobile prima del vicino di casa. Il miraggio del denaro aveva annebbiato le menti, la gente non si accontentava più di avere un lavoro e godersi la vita, se di soldi ne avanzavano, come era sempre successo. E loro  non sapevano godersi la vita, compravano divani su cui non ci si poteva sedere e che all’arrivo della plastica rimasero fasciati come infanti e loro, seduti su scranni di legno scomodi a guardare la televisione;  le automobili ritirate nei garage costruiti dopo aver abbattuto un paio di tigli nel cortile e, la domenica, il godimento del bene acquisito: il lavaggio dell’auto dalla polvere che, durante la settimana, si era acumulata su quelle curve cromate. Un clima surreale di cui Lucio, come dice De Gennaro, era  ”-il don Chisciotte…-. Vedeva gli idoli, ne osservava le contraddizioni e le stigmatizzava”.
Fu dunque davvero uno scrittore rivoluzionario, perchè non interessato al potere, né al successo, un antipolitico si direbbe oggi. Lucio Mastronardi era quello che in ogni storia di famiglia  rappresenta  “la pecora nera”, il figlio più sensibile, quello con le antenne più lunghe che si slanciano verso il cielo, che attira su di sé e le patisce  tutte le contraddizioni dei suoi membri; la famiglia, invece, ovvero Vigevano,  non le ha volute cogliere, relegandole  nella scatola chiusa della follia.
Quella che lui definiva la noia di vivere, lo stato depressivo sotteso, strisciante, preludio alle crisi dissociative importanti che lo colpirono, lui se lo curava seduto ad un tavolino della sua piazza Ducale; da lì, con quell’aria un po’ sorniona, a volte strafottente, captava voci e odori dai carretti per il mercato del mercoledì e del sabato, mischiati col profumo dell’espresso dai caffè. Nell’aria, frasi dialettali che traduceva in quella lingua “parlata” così pregna di umori, ancora antica,  un dialetto italianizzato, modernizzato, in quel  linguaggio che Vittorini sul Menabò definì  “italo-lombardo”; il linguaggio della sua gente che era semplice e che voleva diventare “signora”.
In fin dei conti, a guardare come ci siamo ridotti ora,  quel tempo ci fa persino un po’ di nostalgia:
“cinquantasettemila abitanti e nessuna libreria” scriveva costernato Giorgio Bocca su Il Giorno del 10 gennaio 1962. Oggi, sessantatremila e rotti abitanti, un numero di calzaturifici che sta nelle dita di una mano, e, di Mastronardi, una pila di libri firmati De Gennaro, nell’unica libreria della città.

La rivolta impossibile: Biografia di Lucio Mastronardi Cercasi Disperatamente

E’ con grande stupore e curiosità che ho letto dell’uscita di una biografia di Lucio Mastronardi.  Voglio raccontare delle piccole ma emblematiche vicissitudini che ho incontrato per entrarne in legittimo possesso, e anche del senso di frustrazione che ha accompagnato la sua ricerca, cosa che, in piccolo,  ha molto a che vedere con ciò che la biografia racconta.
Lo ordino immediatamente su Amazon, più comodo; dopo un mese niente! Richiesto, non è disponibile! Comincio ad innervosirmi e nella mia concitazione mentale penso “Cavolo, è già esaurito!”,  poi ricompongo i dati e mi dico che è impossibile, ricomincio a pensare a come fare per averlo.  Mi trovo ad aspettare un treno in stazione Centrale a Milano, ho in mente questo libro ed ovviamente entro a passo sicuro nel super-mega-stra-store della Feltrinelli, sono sicura di trovarlo. Non ne vedo l’ombra, in fondo Milano si trova a pochi km da Vigevano, Mastronardi ci ha anche vissuto per un po’ a Milano, ma come è possibile! Chiedo ad una ragazza del piano terra, mi fa ripetere due volte autore e titolo, ma è straniera, ci sta, comunque mi rimanda al terzo piano, alle biografie. Ci vado.  A questo punto, non trovandone traccia, chiedo ad un  grigissimo, se pur giovane, commesso.  Anche lui mi fa ripetere tre volte autore e titolo poi, dopo una pausa piena di perchè, mi chiede pure la casa editrice, che ricordo a malapena, non ne sono così certa, ma lo trova;  su quello schermo grigio come la sua faccia, i suoi occhi si fissano su una riga precisa del monitor, la leggono, poi mandano la traccia visiva al suo circuito verbale e lui, con tono monocorde e totalmente inconsapevole della gravità di quello che sta per dirmi, afferma  “C’era solo una copia ed è stata venduta”.  Ma queste notizie non si può darle in questo modo, poteva dire che non c’era e basta, sarebbe stato meglio, quell’ unico che c’era è stato venduto” è stato terribile. Ho invidiato l’ignaro possessore. E’ stato un colpo basso, un colpo di scena: questo tipo di risposta, ve lo assicuro, sapendo che non potevo nemmeno rifarmi su Amazon,  nè su IBS, per un book addict, è veramente frustrante, credetemi. Non riesco a trattenermi e gli rispondo, vorrei dire “indignata”, ma sta parola non la sopporto più, come quell’altra, “complici”, e allora dirò irritatissima-issima  “Ma non è possibile che teniate solo una copia e che, venduta quella, non ce ne sia nemmeno un’altra di riserva da mettere sullo scaffale, che organizzazione avete?!  In una libreria come questa!” e quello, mascherato nella sua faccia grigia, fissa ancora il monitor ma, anziché star zitto, che sarebbe stato perfetto per uno che non capisce niente di libri e potrebbe vendere lombrichi con lo stesso stile, fiata “Noi guardiamo al mercato, se era un Gramellini ne trova cento di copie!”. Che tristezza.  A me piace la scrittura di Gramellini, ma in quel momento ho detestato anche lui. Se io voglio un De Gennaro perchè dovrei accontentarmi di un Gramellini. Avrei voluto dirgli qualsiasi cosa che fosse di deploro oltre ad un sintetico “Sei un ignorante senza sentimenti”.  Non ho detto niente e sono scesa.  Mi blocco nell’andirivieni della gente e mando un sms al volo a una persona che in quel momento so che sta a Vigevano, che entrerà nell’unica libreria della città rimasta (in una città di quasi sessantamila abitanti, Giorgio Bocca docet) e che, finalmente, mi comprerà la biografia di De Gennaro sullo scrittore.
Finalmente  ho divorato il libro ed  ho ritrovato le perplessità di De Gennaro che, in luoghi e situazioni ben diversi e più prestigiosi della Feltrinelli di Milano Stazione Centrale, ha percepito lo stesso senso di straniamento, allontanamento, oblio oppiaceo verso un autore che ha raccontato il mondo prodromo di quello che sarebbe stata l’Italia intera dagli anni ottanta del  secolo scorso ad oggi.  Quell’ Italia che Mastronardi saprebbe leggere con facilità e che quel commesso, magari col contratto in scadenza a giorni, ha così efficacemente espresso.

Il libro tanto intensamente cercato:
La rivolta impossibile. Vita di Lucio Mastronardi
Riccardo De Gennaro
Ediesse, 2012

Diari di viaggio di Virginia Woolf – Recensione

Dato l’elevato grado di attrazione fisica che i libri della casa editrice Mattioli 1885 esercitano su di me, ogni uscita è sempre una fonte di curiosità cui spesso non so resistere. Se poi pubblica Virginia Woolf  la cosa è inevitabile. Si tratta di tre diari, inediti finora in italiano, dei viaggi della Woolf tra il 1906 e il 1909 cioè tra i suoi 24 e 27 anni. L’autrice definisce il suo scrivere durante questi viaggi una scrittura descrittiva “pericolosa e tentatrice. Produrre qualcosa è facile, richiede poca energia mentale”.  Sulla scrittura informale tipica da diario personale, lei fa da padrona da par suo, cosa altro dire? “Mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”. Confesso che mi aspettavo qualcosa che non rientrasse nell’iconografia stantia del periodo? Sì, me lo aspettavo, quasi a negarle il fatto che anche lei è una  creatura umana, per di più appartenente alla borghesia intellettuale di fine ottocento; una donna che apparteneva ad un gruppo intellettuale, per quel tempo considerato “alternativo”, come lo fu il gruppo di Bloomsbury di cui lei fu prestigioso esponente. Certo, si potrebbe dire che la scissione deve sempre essere fatta comunque, ne convengo, ma, a volte, tendiano ad idealizzare lo scrittore e, dentro a questa nuvoletta che sta lontano su in alto nel cielo, ci mettiamo anche la persona nel senso non potendo ammettere la sua scrittura staccata da lei. Eppure, segni ne appaiono anche in altri testi, romanzi, lettere. Ne riconvengo…ma, quando mi sono ritrovata la donnetta della più ovvia iconografia da Gran Tour, ho faticato a riprendere i pensieri razionali che automaticamente avrei dovuto percorrere. Ho immaginato questi personaggi scivolare dalle loro nuvolette che stazionano in alto nel cielo. Frotte di signori e signore di ogni età in abiti di lino, prevalentementemente inglesi e tedeschi, scrittori, aristocratici, i “colti” dell’epoca che sciamavano verso Sud, verso il Mediterraneo; i motivi di questo esodo migratorio alla rovescia erano prevalentemente due: il primo era di ordine intellettuale; essendo nutriti di cultura classica, dovevano conoscerne fino in fondo gli umori che la avevano generata e resa unica al mondo; il secondo motivo, non fondamentale ma frequente, era di tipo sanitario, spargere bacilli di Koch  cioè tubercolosi,  e, conseguentemente, morirne.  Non era, il secondo, il caso della Woolf ma lo fu il primo, sicuramente.
La grande Virginia Woolf una ragazza viziata che soffre il caldo! Ma dai! Chi l’avrebbe mai detto? In fondo era una snob e questo era il minimo prezzo da pagare, oltre a mille altri disagi che la vecchia Inghilterra non aveva certamente. Per un inglese del tempo conoscere a fondo una civiltà che l’ha fatto sognare di dei olimpici mentre sorseggia tè davanti a un caminetto e fuori piove, era un fatto irrinunciabile. A quel punto il fastidio per il quotidiano era il minimo, anche se dovevi vivere a contatto con omini piccoli, tozzi e scuri che si occupavano delle cose esterne alle case, con le loro donne invisibili che governavano come tremiti gli interni ombrosi. Quando, secondo voi, “per la prima volta la Grecia diventa davvero un luogo  umano articolato, casalingo e famigliare, invece di una splendida superficie”? Sono certa che avete indovinato: quando, raggiunta la meta, lei si trova in un salotto inglese…anche se “i salotti inglesi, in genere, sono arredati in modo più sontuoso…”. Se qualcosa è di suo gradimento, guarda caso, è semplicemente perchè le ricorda la madre patria. Nel paragone con la pallida albione e la povera cultura mediterranea, quest’ultima non può che soccombere; addirittura ad un certo punto una “..certa leggerezza della strada” le fa pensare allo Yorkshire!, dove non la porta fantasia, e ancora, di Milano dice che “è così diversa da una città inglese di provincia”: al tempo, per la cronaca, Milano aveva 700.000 abitanti. La sublime scrittrice, e questo è incontestabile, era così presa da immagini invadenti e confliggenti tra la realtà che le si mostrava e i suoi desideri, da scrivere “finchè devi smettere di pensare, perchè prima devi percorrere molte leghe di questo oriente inospitale”!
Virginia, che ha studiato greco antico con profitto, ci tiene a fare una netta distinzione tra quello che è stata la cultura della classicità coi suoi cultori e la cultura nella quale si trova a convivere e confrontarsi: i greci sono zucconi ed imbroglioni, come se le due cose potessero convivere nello stesso popolo…e via di questo passo gli stereotipi si moltiplicano, la stucchevolezza dei luoghi comuni, come quello del povero affabile e contento o della gente più povera che ozia “quassù tutte le sere proprio come noi passeggiamo nei nostri parchi”, ma anche, il sublime “la gente di Atene, naturalmente, non è più ateniese di quanto sia io. Non capisce il greco dell’epoca di Pericle – quando lo parlo. Né le sue fattezze sono più classiche della sua parlata: i turchi e gli albanesi e i francesi – così pare – hanno dato vita ad un tipo abbastanza comune. E’ bruno e di carnagione scura, piccolo di statura e non ben sviluppato”;  una piccola anticipazione dell’iconografia lombrosiana comincia a prendere forma nell’inconscio collettivo.
Virginia Woolf è sempre la grande che conosciamo e si salva in certe descrizioni di paesaggi o nelle pennellate leggere che descrivono situazioni umane più complesse. L’obiettivo che si prefigge nei diari,  “di scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”, non è stato raggiunto, ma è proprio questo desiderio che la rivela.

Il Libro dei Bambini di A. S. Byatt – Recensione

Di questo libro si è già scritto parecchio perchè è una pennellata di storia, perchè è uno spaccato di sociologia, perchè racconta una saga o, semplicemente, perchè è bello.
Antonia Susan Byatt è una scrittrice di razza, che trasmette con pochi tocchi esattamente quello che desidera trasmettere, né più né meno. Una delle protagoniste, Olive Wellwood,  scrive storie per bambini. Non solo per bambini in generale, ma anche per i suoi figli numerosi: per ciascuno di loro compone un libro, un po’ come quei raffazzonati libri di nascita che in Italia si regalano ai Battesimi o per le nascite, sui quali le mamme scrivono la data del primo dente, il primo taglio di capelli qualche centinaio di foto al primo compleanno e poi, pian piano sempre meno foto, sempre meno notizie; questi libri rimangono testimoni di un tempo finito, le numerose pagine ingiallite sfogliate da curiosi ex bambini alla ricerca di qualche altro segno di sé, rimangono profumate in casseoni bui. Ma non c’è più nessuna storia da raccontare perchè le pagine si interrompono sul niente. La nostra scrittrice e madre è incurante della vita dei figli, si ritira nella sua monumentale stanza a lavorare, cioè a scrivere storie di successo per bambini; sua sorella si prende cura della di lei numerosa prole, del cognato che va e viene e dei vari ospiti che, a periodi, rallegrano a frotte la vita della casa. E’ la storia, collocata tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento, di un microcosmo di società: sfogliandola vi troverete lotte civili, l’emergere di uno spirito vitale e creativo come quello che ha fatto nascere la Società Fabiana, la voglia già allora di rifuggire dal tecnicismo per ricercare semplicità e purezza, la guerra e tante storie minime che, all’interno del romanzo, si incrociano e si sfilacciano proprio come i rapporti tra i vari protagonisti. Essi, i protagonisti, quelli adulti, sono dotati ciascuno di una propria energia, ognuno di loro segue il suo destino come un predestinato, quasi come se non percepisse in sé la possibilità di un cambiamento. I bambini vivono come fuggendo da loro e, nella grande casa di campagna nel Kent, si rifugiano nella Casa Albero “rasserenante e stimolante anche nel tardo, umido autunno…” . Una casa dove sognare, almeno fino a quando, la fanciullezza del cuore permetterà loro di farlo.
Ma non ci sono solo adulti “dispersi”, ci sono anche adulti-guida che però non sanno di esserlo, sono quelli che, per dimenticare chi sono veramente,  trasformano la vita in mistero e magia, che nascondono le cose proprio perchè possano essere trovate. E così, attraverso le pagine si intravedono adulti veri e adulti fasulli; i bambini e i ragazzi invece, sono sempre gli stessi, solo induriti, strada facendo dalle cose dei grandi, i loro nasi schiacciati contro i vetri delle loro case vittoriane ben arredate di tante cose inutili che servono solo a confondere,  a guardare gli adulti vivere e quel che vedono è triste e disdicevole. Quando, affacciandosi alla vita cruda si sconfigge il sogno dell’innocenza e  la realtà attorno è inquieta,  sei solo, veramente solo, e non ce la fai.  Ai grandi, poi, non resta che un quieto rimorso intontito di feticci e surrogati per non guardare dentro alle proprie ipocrisie. Ma questa è la vita, infatti una protagonista fanciulla dopo una lettura nella Casa Albero così sospira: “E’ un buon libro perchè è così che va il mondo. Ed è anche divertente. Quello che l’ha scritto deve essere in gamba” . Forse è questo che la Byatt ha pensato del suo bellissimo romanzo e non possiamo darle torto.