Il Libro dei Bambini di A. S. Byatt – Recensione

Di questo libro si è già scritto parecchio perchè è una pennellata di storia, perchè è uno spaccato di sociologia, perchè racconta una saga o, semplicemente, perchè è bello.
Antonia Susan Byatt è una scrittrice di razza, che trasmette con pochi tocchi esattamente quello che desidera trasmettere, né più né meno. Una delle protagoniste, Olive Wellwood,  scrive storie per bambini. Non solo per bambini in generale, ma anche per i suoi figli numerosi: per ciascuno di loro compone un libro, un po’ come quei raffazzonati libri di nascita che in Italia si regalano ai Battesimi o per le nascite, sui quali le mamme scrivono la data del primo dente, il primo taglio di capelli qualche centinaio di foto al primo compleanno e poi, pian piano sempre meno foto, sempre meno notizie; questi libri rimangono testimoni di un tempo finito, le numerose pagine ingiallite sfogliate da curiosi ex bambini alla ricerca di qualche altro segno di sé, rimangono profumate in casseoni bui. Ma non c’è più nessuna storia da raccontare perchè le pagine si interrompono sul niente. La nostra scrittrice e madre è incurante della vita dei figli, si ritira nella sua monumentale stanza a lavorare, cioè a scrivere storie di successo per bambini; sua sorella si prende cura della di lei numerosa prole, del cognato che va e viene e dei vari ospiti che, a periodi, rallegrano a frotte la vita della casa. E’ la storia, collocata tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento, di un microcosmo di società: sfogliandola vi troverete lotte civili, l’emergere di uno spirito vitale e creativo come quello che ha fatto nascere la Società Fabiana, la voglia già allora di rifuggire dal tecnicismo per ricercare semplicità e purezza, la guerra e tante storie minime che, all’interno del romanzo, si incrociano e si sfilacciano proprio come i rapporti tra i vari protagonisti. Essi, i protagonisti, quelli adulti, sono dotati ciascuno di una propria energia, ognuno di loro segue il suo destino come un predestinato, quasi come se non percepisse in sé la possibilità di un cambiamento. I bambini vivono come fuggendo da loro e, nella grande casa di campagna nel Kent, si rifugiano nella Casa Albero “rasserenante e stimolante anche nel tardo, umido autunno…” . Una casa dove sognare, almeno fino a quando, la fanciullezza del cuore permetterà loro di farlo.
Ma non ci sono solo adulti “dispersi”, ci sono anche adulti-guida che però non sanno di esserlo, sono quelli che, per dimenticare chi sono veramente,  trasformano la vita in mistero e magia, che nascondono le cose proprio perchè possano essere trovate. E così, attraverso le pagine si intravedono adulti veri e adulti fasulli; i bambini e i ragazzi invece, sono sempre gli stessi, solo induriti, strada facendo dalle cose dei grandi, i loro nasi schiacciati contro i vetri delle loro case vittoriane ben arredate di tante cose inutili che servono solo a confondere,  a guardare gli adulti vivere e quel che vedono è triste e disdicevole. Quando, affacciandosi alla vita cruda si sconfigge il sogno dell’innocenza e  la realtà attorno è inquieta,  sei solo, veramente solo, e non ce la fai.  Ai grandi, poi, non resta che un quieto rimorso intontito di feticci e surrogati per non guardare dentro alle proprie ipocrisie. Ma questa è la vita, infatti una protagonista fanciulla dopo una lettura nella Casa Albero così sospira: “E’ un buon libro perchè è così che va il mondo. Ed è anche divertente. Quello che l’ha scritto deve essere in gamba” . Forse è questo che la Byatt ha pensato del suo bellissimo romanzo e non possiamo darle torto.

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