Diari di viaggio di Virginia Woolf – Recensione

Dato l’elevato grado di attrazione fisica che i libri della casa editrice Mattioli 1885 esercitano su di me, ogni uscita è sempre una fonte di curiosità cui spesso non so resistere. Se poi pubblica Virginia Woolf  la cosa è inevitabile. Si tratta di tre diari, inediti finora in italiano, dei viaggi della Woolf tra il 1906 e il 1909 cioè tra i suoi 24 e 27 anni. L’autrice definisce il suo scrivere durante questi viaggi una scrittura descrittiva “pericolosa e tentatrice. Produrre qualcosa è facile, richiede poca energia mentale”.  Sulla scrittura informale tipica da diario personale, lei fa da padrona da par suo, cosa altro dire? “Mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”. Confesso che mi aspettavo qualcosa che non rientrasse nell’iconografia stantia del periodo? Sì, me lo aspettavo, quasi a negarle il fatto che anche lei è una  creatura umana, per di più appartenente alla borghesia intellettuale di fine ottocento; una donna che apparteneva ad un gruppo intellettuale, per quel tempo considerato “alternativo”, come lo fu il gruppo di Bloomsbury di cui lei fu prestigioso esponente. Certo, si potrebbe dire che la scissione deve sempre essere fatta comunque, ne convengo, ma, a volte, tendiano ad idealizzare lo scrittore e, dentro a questa nuvoletta che sta lontano su in alto nel cielo, ci mettiamo anche la persona nel senso non potendo ammettere la sua scrittura staccata da lei. Eppure, segni ne appaiono anche in altri testi, romanzi, lettere. Ne riconvengo…ma, quando mi sono ritrovata la donnetta della più ovvia iconografia da Gran Tour, ho faticato a riprendere i pensieri razionali che automaticamente avrei dovuto percorrere. Ho immaginato questi personaggi scivolare dalle loro nuvolette che stazionano in alto nel cielo. Frotte di signori e signore di ogni età in abiti di lino, prevalentementemente inglesi e tedeschi, scrittori, aristocratici, i “colti” dell’epoca che sciamavano verso Sud, verso il Mediterraneo; i motivi di questo esodo migratorio alla rovescia erano prevalentemente due: il primo era di ordine intellettuale; essendo nutriti di cultura classica, dovevano conoscerne fino in fondo gli umori che la avevano generata e resa unica al mondo; il secondo motivo, non fondamentale ma frequente, era di tipo sanitario, spargere bacilli di Koch  cioè tubercolosi,  e, conseguentemente, morirne.  Non era, il secondo, il caso della Woolf ma lo fu il primo, sicuramente.
La grande Virginia Woolf una ragazza viziata che soffre il caldo! Ma dai! Chi l’avrebbe mai detto? In fondo era una snob e questo era il minimo prezzo da pagare, oltre a mille altri disagi che la vecchia Inghilterra non aveva certamente. Per un inglese del tempo conoscere a fondo una civiltà che l’ha fatto sognare di dei olimpici mentre sorseggia tè davanti a un caminetto e fuori piove, era un fatto irrinunciabile. A quel punto il fastidio per il quotidiano era il minimo, anche se dovevi vivere a contatto con omini piccoli, tozzi e scuri che si occupavano delle cose esterne alle case, con le loro donne invisibili che governavano come tremiti gli interni ombrosi. Quando, secondo voi, “per la prima volta la Grecia diventa davvero un luogo  umano articolato, casalingo e famigliare, invece di una splendida superficie”? Sono certa che avete indovinato: quando, raggiunta la meta, lei si trova in un salotto inglese…anche se “i salotti inglesi, in genere, sono arredati in modo più sontuoso…”. Se qualcosa è di suo gradimento, guarda caso, è semplicemente perchè le ricorda la madre patria. Nel paragone con la pallida albione e la povera cultura mediterranea, quest’ultima non può che soccombere; addirittura ad un certo punto una “..certa leggerezza della strada” le fa pensare allo Yorkshire!, dove non la porta fantasia, e ancora, di Milano dice che “è così diversa da una città inglese di provincia”: al tempo, per la cronaca, Milano aveva 700.000 abitanti. La sublime scrittrice, e questo è incontestabile, era così presa da immagini invadenti e confliggenti tra la realtà che le si mostrava e i suoi desideri, da scrivere “finchè devi smettere di pensare, perchè prima devi percorrere molte leghe di questo oriente inospitale”!
Virginia, che ha studiato greco antico con profitto, ci tiene a fare una netta distinzione tra quello che è stata la cultura della classicità coi suoi cultori e la cultura nella quale si trova a convivere e confrontarsi: i greci sono zucconi ed imbroglioni, come se le due cose potessero convivere nello stesso popolo…e via di questo passo gli stereotipi si moltiplicano, la stucchevolezza dei luoghi comuni, come quello del povero affabile e contento o della gente più povera che ozia “quassù tutte le sere proprio come noi passeggiamo nei nostri parchi”, ma anche, il sublime “la gente di Atene, naturalmente, non è più ateniese di quanto sia io. Non capisce il greco dell’epoca di Pericle – quando lo parlo. Né le sue fattezze sono più classiche della sua parlata: i turchi e gli albanesi e i francesi – così pare – hanno dato vita ad un tipo abbastanza comune. E’ bruno e di carnagione scura, piccolo di statura e non ben sviluppato”;  una piccola anticipazione dell’iconografia lombrosiana comincia a prendere forma nell’inconscio collettivo.
Virginia Woolf è sempre la grande che conosciamo e si salva in certe descrizioni di paesaggi o nelle pennellate leggere che descrivono situazioni umane più complesse. L’obiettivo che si prefigge nei diari,  “di scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”, non è stato raggiunto, ma è proprio questo desiderio che la rivela.

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