La Casa Bianca di Herman Bang – Recensione

Tempo di anniversari. Ancora una volta esordisco parlando di una casa editrice che proprio nel 2012  festeggia venticinque anni: complimenti ad Emilia Lodigiani ed ai suoi collaboratori; la passione l’ha guidata,  l’unico quid che serve per fare bene ogni cosa. Di Iperborea, prima dei libri tradotti del mondo nordico, ho amato i cataloghi, che ho cominciato a ricevere a casa e che tutt’ora ricevo e apprezzo come un dono prezioso, anche se compro i suoi libri attraverso Internet o in libreria. La loro grafica è originale e i libri sono “portabili” in valigia o dal dentista; prima di leggerli dovreste scorrere i polpastrelli delle dita sul cartoncino finemente rilevato, dal basso verso l’alto o viceversa. Poi potete  immergervi nella lettura di  “La Casa Bianca” di Herman Bang, autore danese morto a New York esattamente cento anni fa. L’ho scelto perchè è un inno all’estate, ma non solo, un inno al tempo che scorre lento dell’infanzia, un inno allo stupore di un bambino che guarda alla madre “lontana” eppure così profondamente vicina a lui.
Questo tipo di scrittura del ricordo è velata di una malinconia, mai melensa, bensì forte, uno struggimento controllato da parole preziose e quiete che ne mitigano l’intensità. Prende atto dal racconto autobiografico della vita che si svolge nella grande casa bianca sull’isola di Als; questo romanzo del maggior esponente del decadentismo nordico fotografa impressioni. Pubblicato nel 1898 ha una scrittura assolutamente moderna che taglia, esclude, sintetizza, precursore di tanta scrittura che verrà dopo. Bang descrive le cose ma non rivela mai il suo sentire, sono le cose e le parole degli altri che lo descrivono, soprattutto quelle della madre ce lo fanno conoscere. Rivedi quel bimbo che si aggira per la casa e la proprietà sulla scia della madre, attraverso interni dalle tende di lino svolazzanti, tra  i campi biondi di segale o nello stupore della neve e nel silenzio dell’inverno. Il tempo dell’infanzia di un bambino e i passi attraverso i giorni di una donna, sua madre, che persegue con tenacia rapporti con figli, servitù, ospiti e cose impregnati di poesia, nonostante l’austerità del marito. Per questo è evanescente e chiacchiera di cose leggere, salvo, di tanto in tanto e con la stessa naturalezza con cui canta una canzone, dire ”Senta che silenzio…qui morirei volentieri”. Punti di elevata poesia ne troverete molti, disseminati qua e là come pietre preziose che, ad una svolta di pagina, si rivelano all’improvviso con un bagliore; serate chiare e miti, il profumo delle rose.  La malinconia  dell’autore è la malinconia della madre cui, naturalmente il piccolo Herman non può dare sollievo; da lei imparerà a conoscere il senso profondo delle cose, l’attimo schiuso in un petalo di rosa che sboccia, ma anche gli antichi lavori che servivano a mandare avanti una casa grande e numerosa. Il piccolo bambino, che  sta come nascosto dietro i tendoni di casa o sotto un tavolo, mi ricorda il piccolo Alexander nella prima scena del capolavoro di Ingmar Bergman “Fanny e Alexander”: sotto il tavolo nel salone della nonna paterna, mentre le cose si animano di vita propria, non più meri oggetti decorativi,  ma sostanze pregne di significati, di luci ed ombre, osserva in silenzio la vita.  Una madre bambina, forse perchè è già stata troppo grande, incanta Herman e lo cattura ed egli la segue per le stanze, per i campi e i sentieri. Lo svolgersi delle cose è un tempo sospeso, si percepisce il quotidiano che si muove nella casa o fuori o in città,  ma è come se non importasse a nessuno. Consiglierei di predisporvi alla lettura preparando il luogo, relativamente distanti dagli altri in modo da udire solo brusio di parole e nessun significato, comodi nella seduta, magari all’aperto, se possibile sotto un tiglio o sul balcone di casa, dopo che è sceso il sole. No, questo non è libro da leggere nella sala d’attesa del vostro dentista.

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