Roma Noir – Racconto

Il pomeriggio, sul tardi, l’affittacamere si soffermava alla finestra, seguendo i mulinelli del fiume lasciava lo sguardo perdersi sull’acqua. Quel giorno, poco più in là, oltre il ponte, vide i sommozzatori drenare un’ansa finchè una chiazza rossa fu trascinata lentamente sulla riva. Ora stava là distesa al cielo.
Un brivido percorse la sua schiena
– Oggi è il grande giorno! – aveva detto lei volando giù per le scale con quel vestito pieno
– Buona fortuna, signorina – le rispose con affettazione.
Alla Pensione la giovane donna ci abitava da un paio di settimane, da quando era in prova come commessa in un negozio di lusso del  centro. Oggi le avrebbero confermato o negato l’assunzione.
Quando si accorse che si stava affezionando a lei, così esuberante e felice, era ormai troppo tardi per tornare indietro. Avvertì un moto di stizza quando quella chiazza rossa catturò il suo sguardo, non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, finchè qualcuno non la coprì con un telo bianco. La Polizia fu solerte, la gente laconica. Gli abitanti dei palazzi antistanti il fiume furono interrogati.
Aveva predisposto tutto per quella sera. Una volta assunta, lei certamente avrebbe cercato una sistemazione più consona, diversa da quella stanza affacciata sul traffico di un palazzo umbertino senza comodità.
Ma non glielo avrebbe permesso. Di colpo si rese conto che quella, invece, sarebbe stata la prima sera, dopo settimane, in cui non le avrebbe aperto e non avrebbe più visto il suo sorriso riempire la soglia. Non preparò per cena. All’imbrunire scese le scale, attraversò la strada ancora intasata dal traffico, poi, a passi lenti, attraversò il ponte. Le luci della città sembravano opache a causa della foschia umida che saliva dall’acqua; quando giunse all’altra riva, avvertì il battito del suo cuore. Sedette su una panchina a guardare, oltre il fiume, le finestre della sua pensione. La stanza di lei era illuminata, una luce calda sembrava risaltare sulle altre finestre che emanavano aloni bluastri dai televisori accesi. Si rese conto che non avrebbe potuto tollerare di non vederla più, che invece avrebbe voluto vederla piangere per la mancata assunzione. In quel caso lei avrebbe sostato più a lungo e l’avrebbe coccolata. L’avrebbe resa sua prigioniera anche se, per farlo, avrebbe dovuto rinunciare al suo sorriso per sempre. Dopo anni trascinati attraversando giornate grige fatte di saluti e di addii, lei era stata la prima vera cosa bella. Si diresse a passi a scatto verso l’argine, davanti alle transenne.  Al posto della chiazza rossa intravista dalla finestra, una zona di umidità scura. Avvertì la rabbia salire come un groviglio dalla pancia fino al viso.  Aveva progettato ogni cosa nei minimi particolari: l’avrebbe accompagnata verso il fiume con una scusa, magari dopo averle messo un dolce veleno nella minestra, conosceva i segreti delle erbe e li sapeva sfruttare, all’occorrenza. L’avrebbe stordita, ammaliata, addormentata, solo così non sarebbe più fuggita. Ma qualcuno aveva agito al suo posto senza chiedere il permesso. Un bastardo qualsiasi aveva mosso le carte in tavola. Avrebbe dovuto immaginarlo che tutta quella gioia e quella esuberanza avrebbero potuto irritare anche qualcun altro: ad una chiazza di rosso-guardami che turba il grigio dei giorni non si può resistere.
Si avviò ancora più lentamente verso casa. La prossima volta, se mai ce ne sarebbe stata una, avrebbe agito prima, senza trastullarsi nella preparazione e nel pensiero dell’attesa, “i tempi sono cambiati” si disse con mortificazione.
Salì le scale con il solito affanno. Quando fece per aprire, lei spalancò la porta e raggiante di gioia gridò: – Assunta! –
Un tonfo al cuore. L’affittacamere, con un flebile suono della voce, riuscì solo a dire
– Buonasera signorina! – richiudendo la porta alle spalle con inusitata energia.

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