Il mondo rivoltato. Come ci si prepara alla fine del Mondo

Devo spezzare una lancia (ma perchè non la finiamo con queste metafore guerresche? Potremmo dire devo spuntare una matita oppure scolorire i tasti o dite voi), a favore di tutti quelli che si guadagnano il pane quotidiano, sempre, e dunque dovrei farlo anche a favore di quelli che si guadagnano il pane quotidiano lavorando coi bambini. Ovvio, direte voi, maestre d’asilo, maestre elementari, insegnanti di ginnastica e di religione. No, non è a loro che pensavo.
In questi giorni di ripresa accendendo il video della televisione appare una pubblicità martellante in cui si presenta una prima serata importante per la prima rete nazionale. La conduttrice entusiasta rivela veri cantanti in erba. E che c’è di strano direte voi, di cantanti in erba ne abbiamo visti tanti, ci siamo anche cresciuti con le canzoni dello Zecchino d’Oro, chi non se ne ricorda almeno una? No, non è di quello che si parla, almeno non è quello che si vede: lei, avvolta in volant rosa shock e tulli azzurrini, i piedi fasciati di scarpette d’oro oscilla su tacchi 12, gli occhi brillanti come stelline di Natale, ci propone cantanti in miniatura. Sì, come l’”Italia in miniatura” ed altre cose amene da vacanza.
Bambini, questo è sicuro, vestiti come i grandi negli anni cinquanta, col microfono che nelle loro piccole mani sembra una clava, che si muovono e cantano canzoni che parlano di amori contrastati o di nuovi amori o, che ne so, di amori contrastati o di amori felici, o che altro, di amori infelici e contrastati.
Ho pensato fossero vecchi filmati di cantanti filmati da piccoli dai genitori solerti quando si allenavano a diventare famosi. No, si tratta di bambini di oggi. A dire la verità, soprattutto certi maschietti, non li si vede più vestiti così, nemmeno il giorno della loro prima comunione, neanche in una puntata dei Soprano, forse; una sorta di museo degli orrori o il carrozzone delle magie delle vecchie fiere di paese, davanti al quale qualcuno prometteva cose inusitate e mostruose se avessi pagato il biglietto e fossi entrato in quell’antro oscuro; all’interno, vedevi cose orripilanti come feti risultato di aberrazioni cromosomiche o essere umani deformi.
Ma adesso queste cose non accadono quasi più, lo schermo ti rimanda immagini rassicuranti per trascorrere un sereno sabato sera. L’unica cosa vera forse è la gioia surreale della presentatrice, per il suo cachet, come si confà alle professioni difficili o nelle quali ci vuole un certo “stomaco” , come non capirla, di questi tempi poi, in cui non sai se lavorerai il giorno dopo.
Alla sua comprensibile e sovraesposta gioia (che vorrebbe trasmetterci, così, per con-dividere, solo la gioia, non il cachet, ovvio), si sovrappongono immagini di bambini e bambine irrigiditi nei loro costumi di scena, il loro sguardo è serio così come il loro sorriso costruito. A tratti qualche veloce passaggio sulla famiglia visibilmente commossa ed orgogliosa, o magari sofferente o, comunque uno specchio di emotività difficilmente contenuta.
Mi smalizio ancor di più, in tivù se non sei ingrado di secernere emozioni sotto forma di lacrime o di una sudorazione brillante non vieni neanche inquadrato. Ma come non volergliene a questi poveri frustrati: i loro figli sono-in-televisione!
E’ questo il punto d’arrivo della vita. Il giorno dopo i commessi del supermercato e i colleghi d’ufficio gli parleranno di lui, dopo che lo hanno accompagnato a scuola, insieme, naturalmente, tra un coro di “oh” o di “è quello che ha cantato ieri sera..” , e loro percepiranno nella pelle l’ebbrezza di aver portato a termine un compito evolutivo imprtante. Sì, è fatta, perchè, comunque, tuo figlio sarà da questo momento in avanti per sempre quello che “è stato in televisione”; tenteranno di farglielo mettere anche nel CV.
Ma non pensiamo al futuro che forse non ci sarà nemmeno, ciò che conta è l’adesso televisivo e i suoi riverberi. Non ho spento, ecco che nel televisore riparte lo spot: come nel carrozzone della fiera coi piccoli mostri in provetta, i nostri cantanti assumono forme stereotipate scimmiottando il loro cantante di riferimento, il microfono ben saldo nella mano. Dove vanno quegli sguardi? A cosa stanno pensando mentre si lanciano in un acuto che scatena la platea al delirio? Sfoglio distrattamente un settimanale, il titolo di un servizio cita, tra l’altro “…i bambini si vestono alla grande”: una bambina che avrà sette, otto anni vestita di tutto punto in un completo casual chic porta a tracolla una borsa firmatissima “con profili in pelle” sta sorridendo, guarda verso qualcuno che forse l’ha distratta chiedendole se le andava di mangiarsi un gelato in santa pace dopo tanto lavoro sotto i riflettori. A fondo pagina una famosa coppia di stilisti sentenzia “ci piace l’idea che i piccoli si divertano a provare i vestiti dei loro genitori. Ecco, ora offriamo loro la possibilità di averli a loro misura”.
Questo è l’ “Ecce Homo” del nostro tempo . Sono certa che i nostri stilisti siano riusciti a coprire un vuoto troppo a lungo presente nell’infanzia di questi bimbi. Continuo a sfogliare la rivista, bambini coperti di polvere piangono disperati, adulti corrono con i mitra in mano, ma queste sono banalità da telegiornale, certo, sono cose terribili ma non ci appartengono, noi viviamo in un paese civilizzato; noi non abbiamo bambini che urlano perchè hanno appena sparato al parente che li teneva stretti in braccio per attraversare una strada, di solito. O bambini ammazzati per caso…o no?

Una volta si giocava alla guerra con pistole fatte con tronchi d’albero stortati e secchi, bastoni nodosi fungevano da mitra. Adesso chi vede più bambini giocare alla guerra, da noi non è bene, lasciatela fare a noi grandi, noi sì che ci sappiamo fare.

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