Il Vulcano di Klaus Mann – Recensione

klaus_mann_il_vulcanoUn prologo, Berlino 20 aprile 1933, una Prima parte 1933-1934, una Seconda Parte 1936-19371937-1938, un Epilogo.
In questo recinto di tempo si racchiude una generazione, ma anche un sentimento struggente, quello della perdita. Perdita perchè la generazione narrata nel romanzo di Klaus Mann è sì una generazione nata in un contesto privilegiato dal punto di vista economico e della visibilità ed autorevolezza dei suoi capostipiti di riferimento, ma che ha vissuto il senso di perdita fino allo stremo. Un’età dell’oro che a tutti i costi han cercato di riprodurre, a modo loro in altri lidi, comunque lontani, altrove. Naturalmente stiamo anche parlando del fatto che, come ben si sa, al tempo le origini ebree erano tossiche, in primis in Germania. L’autore di questo romanzo dal titolo Il Vulcano è Klaus Mann, secondogenito di Thomas, premio Nobel per la letteratura ed è nato nel 1906.
Il protagonista del romanzo vive in solitudine con un tragico drappello di altri soli come lui. La storia è presto detta nel racconto della vita di giovani esuli, gente che è fuggita dalla Germania a causa del nazismo, prima del momento del non ritorno. La maggior parte di loro ha lasciato le famiglie nel paese di origine, non tutti sono necessariamente ebrei, tutti sono eufemisticamente in dissenso col regime, le date parlano. I genitori di Klaus, Thomas e Katja sono emigrati di lusso in Svizzera e la loro casa è la casa delle origini, alle quali Klaus ritorna spesso col ricordo: una casa retta secondo regole ferree che permettono un benessere di cui ognuno di loro si sente in diritto di godere ad ogni ritorno. Lui chiama la madre “mammina” e la casa dei genitori è il rifugio dopo tappe estenuanti in giro per esplorare il mondo, un mondo  dove, nonostante l’essere usi ai viaggi, non si sentirà mai veramente a casa. Stride il contrasto tra la rappresentazione idilliaca della vita tranquilla, serena, scandita da dotte conversazioni del padre con i grandi della letteratura suoi contemporanei, ospiti graditi nell’Olimpo di cultura, adagiati su poltrone di midollino composte ad arte sul verde giardino e la freddezza dei loro rapporti. Il contatto emotivo è tutto interiore, un non detto, troppo scontato per parlarne, troppo, al punto che ci si possa azzardare a pensare che non ci sia. In questa casa si parla di sentimenti scrivendo romanzi memorabili.
Come si capisce, si intrecciano narrazione e biografia:  i suoi genitori, i fratelli sparsi per il mondo, sono il suo pensiero lieto.  Intorno a lui un coacervo di personalità intelligenti ed intricate, disperate, alla ricerca di un senso da dare al non senso: storie intrecciate dove la passione, gli amori trapelano con una forza potente, dirompente, esplosiva, vulcanica. Il gruppo sprigiona energia potente che in un primo momento sembra estrinsecarsi in focosità di patria, disdegno, orrore e poi si trascina dolente sulle ceneri di un mondo che ha saputo dimostrare quanto sia più facile l’ autodistruzione. Un romanzo contro la guerra, ovviamente, di essa se ne parla in poche righe, da cronista di guerra. Klaus, è già lontano, l’orrore da cui è fuggito se lo ritrova nelle cronache di guerra in Italia e altrove, nella sua casa distrutta e occupata dopo che i suoi hanno lasciato definitivamente l’Europa per gli Stati Uniti. Descrive il non dicibile in termini limitativi, taglia e il sentimento di fuggevolezza senza speranza domina, perchè di certe cose, in fondo, non si può parlare, solo la tua vita lo può fare, sta tutto nelle viscere della montagna piena di fuoco. Se anche sei sfuggito all’orrore dei campi, non puoi sfuggire a te stesso e alla tua incapacità di essere senza limiti nel sopportare il dolore.
Ho letto con disappunto la critica fatta non tanto all’autore del libro che sarebbe stata tollerata per la libertà di espressione, ma alla persona: un interessante nuovo filone che persegue obiettivi “televisivi” dell’attacco, l’autore non ribatterebbe. Io sono meno nobile e dico che un giudizio sprezzante su un uomo figlio di, drogato e, naturalmente, questo chissà perchè bisogna sempre sottolinearlo, omosessuale, sia di per sé un autogol. Evidentemente per questo critico il diverso orientamento di genere fa la differenza. Di Klaus Mann, se dobbbiamo parlare della persona, allora dovremmo dire che è stato totalmente cosciente delle sue scelte, senza cercare plausi riflessi della fama paterna o, tantomeno, pietà; dalle pagine di “Il Vulcano” trapela una disperazione oggettiva, appena velata di malinconia, come zucchero a velo spolverato su un macigno di disperazione compatta e non biodegradabile. In lui il processo di straniazione si è sviluppato nel corso degli anni fino all’epilogo. L’autore è morto suicida nel 1949.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...