Le tragedie vengono sempre da lontano

lacrima_piantoSi chiama Pasquale Iacovone. Guardo la sua foto sul giornale. Forse è su una spiaggia o ai bordi di una piscina. No, è su una spiaggia, magari di un paese per noi esotico, la riconosco dai suoi occhiali a specchio, sabbia bianca, mare blu, poca gente. Lui ha i capelli biondi bel pettinati corti, dritti sparati sulla testa, un bravo ragazzo in vacanza, un giorno forse neanche tanto lontano. Non so cosa ci sia dietro quegli specchi, non so se lo sguardo è già perso in pensieri che non han niente a che vedere con la situazione; sembra che stia per dire qualcosa. Ma non lo fa. E forse le volte che parla, parla a sproposito, parolacce e minacce. E’ un uomo profondamente frustrato nel suo orgoglio di maschio ferito. Il suo matrimonio è fallito, dopo anni di sofferenze lei chiede la separazione e lui non la tollera. Hanno due figli Andrea e Davide, tredici e nove anni. Avevano. Adesso i due bambini sono morti e solo l’autopsia ne stabilirà le cause. Il padre è in gravi condizioni. La madre dei bambini, sua ex moglie, ha perso tutto. Lasciamo stare il ripetersi di questi episodi di cui questo ha preso la strada peggiore, quando la rabbia non riesce a scaricarsi sul coniuge colpevole di abbandono, in casi estremi, ma non così poco frequenti, si scarica sui figli. Quando l’odio per l’altro diventa autolesionismo e delitto su un innocente, che ha certamente sofferto per entrambi i genitori, allora siamo allo stremo.
Tutti ci chiediamo perchè…il perchè lo vedete ogni giorno attorno a voi. Il fenomeno distruttivo nasce da lontano e ci mette anni a svilupparsi nella sua pienezza. Esattamente come il cancro al polmone: uno dei tumori più lenti a svilupparsi, quando appare non c’è più molto da fare, non si guarisce più. Se siete su una spiaggia, se siete davanti ad una scuola, se siete per strada potete osservare come i germi di questa malattia si esprimano e, se non c’è una figura di accudimento presente e cosciente di quello che sta accadendo, la cosa si ripete costantemente negli anni fino a un punto di non ritorno: quando chi accudisce dimentica il suo ruolo e lascia fare al bambino, ha perso. Ha perso anche quel bambino una occasione per crescere e abbiamo perso tutti noi, ma, soprattutto, le donne che incontrerà nel suo cammino. Il maschio dorato, che le madri mettono sul piedistallo perchè non han risolto la loro frustrazione atavica femminile e il profondo odio che hanno per se stesse e in quanto donne, diventa un dio a cui non si può dire di no. Queste sono le conseguenze della costruzione di un Moloch  dai piedi d’argilla, al di là delle differenze comportamentali di ciascuno, naturalmente. Se la madre non allena alla frustrazione, abdica al suo dovere educativo e consegna alla società dei modelli deboli incapaci di soffrire per i propri sbagli, esseri inetti all’autocorrezione, intolleranti alle frustrazioni generiche della vita, testardamente impegnati a farsi valere, al di là di ogni ragionevolezza, fino all’autodissoluzione. Errare è umano, perseverare è diabolico. Provate a dirlo alla mamma del bimbo capriccioso che rende impossibile la vita a tutti quanti, il piccolo despota del voglio, posso, comando, provate a dirglielo: vi risponderà con malcelato orgoglio che lui è più forte di lei oppure tirerà fuori le unghie affilate negli anni per difendere l’unica cosa che le fa sentire “qualcosa”, il suo povero figlio.

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