Triste come una ragazzina un pomeriggio di domenica di Lois Sorrells

index2Per questo fine anno 2013, cari amici, vi propongo la bellezza assoluta di questa poesia
di Lois Sorrells

Blue as a little girl on Sunday afternoon
no homework done
Tomorrow’s school.

Fall chill
Football on the radio.

Dying sun getting closer to tomorrow’s
School again
No homework done and baby blue.

Triste come una ragazzina un pomeriggio di domenica
con i compiti da fare
Domani è giorno di scuola.

Freddo autunnale
Football alla radio

Sole morente che si avvicina a domani
Ancora scuola
Con i compiti da fare e infantilmente triste.

Per tutti voi, un pezzo jazz per l’anno che è stato e un canto per l’anno che sarà.

Solstizio d’inverno 2013

index“Il culto del Sol Invictus (Sole Invitto) è un rito orientale antichissimo.Le celebrazioni della nascita del Sole prevedevano che i celebranti si ritirassero nei santuari e ne uscissero a mezzanotte annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante. Era la festa del trionfo della luce sulle tenebre, in Arabia ed Egitto si celebrava la nascita del dio Aion generato dalla vergine Kore. Il culto acquisì importanza a Roma già con Eliogabalo, poi con Aureliano che istituì la festa del Dies Natalis Solis Invicti, giorno di nascita del Sole Invitto e ne fece il maggior culto del tempo. La festa concludeva i Saturnali (festività romane in onore del dio Saturno tra il 17 e il 23 dicembre nelle quali, tra l’altro, si scambiavano doni). La prima testimoninza del Natale cristiano risale al 380 d.c. Fu l’Imperatore Costantino a “inventare” la domenica e a dedicarla al Sole; convertitosi al cristianesimo, per decreto fece coincidere la nascita di Gesù con la nascita del Sol Invictus. La religione del Sol Invictus rimase in auge fino al 380 quando, con l’editto di Tessalonica, si stabilì che l’unica religione di Stato fosse il Cristianesimo”. A4 affisso nella bacheca del Blumen.
“L’oscurità della notte dei tempi è ancora dentro di noi, come l’oscurità della notte con i suoi fantasmi. Forse ci riporta al buio ancestrale, un “ricordo” di un prima, ma anche a un timore di un dopo nel quale tante volte ci sembra di scivolare. E’ il ciclo della vita, il ciclo biologico imperturbabile che segna il nostro esistere”: altro A4 lilla affisso in bacheca firmato l’Intellettuale.
Chi legge, si ferma e commenta, chi passa, chi è ancora arrabbiato e affigge “Grazie per la differenziata che siete talmente ignoranti che non la sapete fare, grazie per la derattizzazione che dobbiamo fare che ci costa una tredicesima!” e, a fianco, un fogliettino “Quelli che ce l’hanno!!”
Di sghembo un foglio da disegno spesso “E bravi i partiti che mantengono le promesse (?) si toglieranno il finanziamento pubblico nel 2017!!! J love you “ firmato Anonymus.
L’ultimo dice: “Ma sapete che un certo imperatore dopo che non gli quagliavano i giorni delle feste come voleva lui, ha spostato da un giorno all’altro le date del calendario saltando cinque o sei giorni?”, e un altro: “Cosa vuoi che sia per noi allora spostare di 4 anni un impegno!”
Un po’ più sotto agli altri in un foglietto a quadretti scritto in stampatello si legge  “Ma fatela finita…è Natale!”

“Insegnare a comunicare non migliora la fine della vita”

indexMi sono chiesta, di primo acchito, andando oltre l’affermazione lapidaria del titolo che si presta facilmente all’equivoco, di che comunicazione stessero parlando.
Si parlava della comunicazione sulle cure di fine vita ai pazienti terminali. Lo studio è pubblicato su JAMA  (Jama 2013;310 (21):2271-2281) ed è svolto dai ricercatori della Divisione di malattie respiratorie e terapia intensiva dell’Università di Washington a Seattle. J. Randall Curtis ha citato anche uno studio per borsisti di oncologia medica su come comunicare al meglio le cattive notizie sulla fine della vita e sulle cure palliative ai malati di cancro. Il risultato è stato che addestrare i tirocinanti in medicina interna o in scienze infermieristiche con appositi corsi non migliora la qualità della comunicazione sulle cure di fine vita, almeno secondo il giudizio dei pazienti, ma ne aumenta addirittura la depressione. Jeffrey Chi e Abraham Verghese della Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, California, han commentato “la necessità di rivalutare i metodi con cui si insegna la medicina: l’arbitro finale è il paziente, e molto lavoro resta da fare”. Verità sacrosanta. Da questo studio sorge spontanea la riflessione: si tratta di qualcosa che già si sapeva e si voleva qualche prova “scientifica” per avvalorarlo: comunicare o meno quanta morfina ti daranno migliora il tuo fine vita? No.
Essere addestrato a dire che è finita e come li si accompagna farmacologicamente all’exitus NON migliora…cosa?
Mi chiedo e, chiediamoci:  quando sei terminale te ne accorgi? Se sì, quali potrebbero essere le cose di cui vorresti parlare o che vorresti sentirti dire o di cui potresti avere bisogno in quel frangente? Quanto ti resta in termini di giorni o settimane? È questo, veramente, che vorresti sentirti dire?
Forse pensi alla morte, alla tua morte. Mentre stai per avvicinarti al punto più estremo della tua vita, forse vorresti poter parlare della morte, di quella che sta per avvicinartisi, quella a cui stai andando incontro dal momento del tuo concepimento. Forse vorresti dire che hai paura, senza la paura di far soffrire i tuoi cari, sei tu che stai morendo, non loro. Non sarebbe meglio investire maggiormente nella preparazione non solo degli operatori, ma anche dei parenti per aiutarli ad aiutare il loro caro in questo solenne momento?
Ma si sa, siamo davvero nel paese delle meraviglie, togliamo a destra e a manca, questo è vero, anche una bella fetta delle multe per evasione alla lobby delle slot machine & C., in fondo, anche questo è pur sempre un taglio.

I Ragazzi Burgess di Elisabeth Strout – Recensione

714OukkFq-L._SL1500_Questo è il quarto romanzo di Elisabeth Strout. Un romanzo della serie il passato ritorna sempre, prima o poi, i legami famigliari, apparentemente slacciati, si riannodano quando meno te l’aspetti e nuovi se ne formano insospettabilmente. La storia è quella dei tre fratelli Burgess, il maggiore, Jim e i due minori, i gemelli Bob e Sue, vissuti nella piccola casa gialla sulla collina di Shirley Falls nel Maine. Sue, col figlio Zach, è l’unica rimasta a Shirley Falls; vestale sconfessata del tempo paterno, vive in una casa fredda e modesta; i due maschi vivono a  New York,  Jim, avvocato di successo, marito di Helen, ricca ereditiera e Bob, solitario avvocato nel sociale. La storia si avvia da un evento provocato da un gesto inconsulto di Zach, pretesto per raccontarci trame di assoluta normalità, nelle quali ciascuno di noi potrebbe trovarsi invischiato, se ha un figlio adolescente. Il richiamo disperato di Sue ai fratelli riattiva antichi ricordi lasciati covare sotto le ceneri di incendi mal sedati. La maschera di Jim, è la stessa maschera dei cittadini di Shirley Falls costretti a confrontarsi con una imponente immigrazione di somali. L’angoscia e la colpa di Bob sono le stesse dei cittadini che difendono i diritti di quella nuova popolazione. La solitudine di Sue è anche la solitudine del capo morale della comunità africana, Abdikarim, che cerca la verità, il rispetto e il perdono. Un bel romanzo.

2 dicembre

Una-luce-nella-notte-a29563292Padre,
ho acceso un piccolo lume per richiamarti
dalla notte.
La mia piccola mano nella tua,
il tuo sguardo bambino perduto nelle corse
sulle umide foglie del castagneto,
il fiato corto e tu ridi.
Ti ho riconosciuto ad accogliermi
sparviero sul palo della luce.
Mi siedo sgranocchiando una mela
davanti alla tua tomba.