Il Libro dell’Inverno di Tove Jansson – Recensione

20131118150441_coverlibroinverno(web)Amo questa scrittrice finlandese di origine svedese della quale ho apprezzato i deliziosi La Barca e Io, Il Libro dell’Estate, L’Onesta bugiarda e, naturalmente la divertente storia dei Mumin. Il Libro dell’Inverno è la raccolta di piccoli racconti che, come sempre accade con la Jansson, ci fa guardare la realtà con occhi diversi quando una pietra dall’argenteo luccichio diventa un prezioso tesoro da nascondere finchè non ti sfugge tra le mani. E’ lo sguardo di un mondo bambino che si innalza verso i grandi sempre naturalmente impegnati nelle loro attività creative tra le quali la stessa Tove può spaziare, inventare, sognare. Il tutto avvolto da una atmosfera rarefatta nella quale anche i piccoli drammi hanno il sapore contenuto di una realtà che, principalmente, incuriosisce continuamente e che ti si svela con parsimonia in tutta la sua potenza, come tutti noi si dovrebbe fare sempre con i bambini: quando la vita è cruda e il bambino va accompagnato ad esperirla. La piccola Tove capisce il pericolo del mare del Nord, così come il suo lasciarla bene-stare con placide remate, una autorità cui impari a sottometterti con saggezza, così come i riti e le tradizioni della comunità e quelle storie di solitudini particolari, per questo sempre presenti nei villaggi, così come nei quertieri delle grandi città, eventi di un quotidiano che ogni giorno è fonte di divertimento; in questi racconti anche la  noia assurge a maestra competente di silenzi produttivi e gestazionali di gesta future, poi, dopo, quando sarà il momento, si vedrà.

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Breve Storia della mia vita di Stephen Hawking – Recensione

io_a3_2_news_imgLa breve storia della sua vita è scritta con riserbo e semplicità, senza fronzoli, come una formula di fisica. La sua è una vita straordinaria, sia per le scoperte scientifiche nel campo della cosmologia, sia per le applicazioni della tecnica alla sua malattia, sia per la gestione di una malattia gravissima e incurabile come la SLA.
Un esempio mirabile di stile di vita, un messaggio di vita.
Come si può a 21 anni ricevere una diagnosi così e sopravvivere?
Durante l’ultimo anno di Cambridge diventa sempre più impacciato nei movimenti; gli vengono fatti accertamenti senza una diagnosi precisa, sa solo che peggiorerà sempre di più e che può assumere nient’altro che vitamine perchè la cura non esiste. Lui scrive: “non chiesi altri particolari in quel momento perchè, ovviamente, non avevano più nulla da dirmi. La presa di coscienza del fatto che avevo una malattia incurabile che probabilmente mi avrebbe ucciso nel giro di qualche anno fu un po’ uno shock”. In ospedale vede un ragazzo morire di leucemia e si rende conto che,  quantomeno, lui non sente dolore: da allora, ogni volta che cerca di compiangersi, pensa a quel ragazzo. Fino a quella età il giovane Stephen Hawking era molto annoiato dalla vita, gli sembrava che non ci fosse nulla che valesse la pena di fare. Fuori dall’ospedale sogna di essere giustiziato, e, d’improvviso, si rende conto che avrebbe potuto fare un sacco di cose significative se fosse stato graziato; sogna anche che sacrifica la sua vita per altri, dopotutto, visto che deve morire in ogni caso, potrebbe anche fare qualcosa di buono. Si fidanza con Jane Wilde dalla quale avrà tre figli, mentre la sua carriera professionale risplende nell’universo come una stella affrontando i temi universali della cosmologia dagli anni sessanta in avanti: se l’Universo ha avuto un inizio o se è sempre esistito; i Buchi Neri ecc. Nasce il terzogenito Tim nel 1979 e Jane è sempre più preoccupata che lui muoia di lì a poco, vuole un aiuto per sè e i figli, vuole qualcuno che la sposi dopo la sua morte. Stephen, nel frattempo, continuava a peggiorare con prolungate crisi di soffocamento fino ad una polmonite che lo porta in fin di vita. Ma si salva. Dal momento della tracheostomia, un esperto di computer, Walt Woltosz, gli invia un programma, l’Equalizer, che gli permette di scegliere su uno schermo le parole da dire premendo un interruttore che tiene in mano; oggi usa il Words Plus, che controlla con un sensore, posto sugli occhiali, che risponde al movimento della guancia: una volta composto lo invia a un sintetizzatoe vocale; più avanti il computer sarà applicato alla sedia a rotelle insieme con il sintetizzatore; oggi è la Intel che gli fornisce i computer; può articolare fino a 3 parole al minuto e con questo sistema ha scritto sette libri e vari articoli scientifici. Dopo Jane ci sarà la seconda moglie Elaine Mason, infermiera. Dopo qualche anno un intervento gli salva la vita separando la trachea dalla gola, quattro anni dopo iniziano gravi crisi respiratorie che gli impongono il respiratore giorno e notte. Elaine nel frattempo gli ha salvato la vita rianimandolo ma il costo emotivo delle sue crisi incrina il matrimonio e nel 2007 c’è la separazione, da allora Stephen vive con una governante.
Stephen Hawking è l’Ulisse che viaggia verso i confini dell’Universo, in senso cosmologico ed in senso evolutivo. La malattia non solo non lo ha fermato, ma lo ha spinto a osare, sfruttando al massimo tutte le possibilità che aveva in se stesso e nel mondo intorno, è l’espressione di dove si possa arrivare quando si cerca e si trova la propria strada, quando ci si struttura ed orienta con ciò che si ha a disposizione, quando ci si ascolta intuitivamente, così come fanno gli astrofisici quando ascoltano ed interpretano dati appartenuti ad universi lontani: tutto è fonte di conoscenza, di esperienza, di luce, di vita. Egli ha formulato l’ipotesi che l’universo non è stato creato né distrutto, che, semplicemente, esiste.
Come precisa Hawking, chi compra il libro per leggere la sua vicenda umana forse rimarrà deluso, lui voleva scrivere una storia dell’Universo, ma, a pensarci bene, la storia dell’Universo è anche la sua, un uomo così speciale non vi sembra un extraterrestre?

Breve Storia della mia vita di Stephen Hawking

(Nell’immagine Hawking da bambino)

Capodanno al Blumen

capodanno1Avrei voluto un inizio d’anno un po’ più riflessivo, meditativo, introverso, diciamo mediamente malinconico, come si addice alla cognizione del tempo che passa, ma abito al Blumen. Ho aspettato a riferire per essere certa di non dire cose approssimative: il giorno di Capodanno, anzi il pomeriggio del giorno di Capodanno, una sirena ha risvegliato il quartiere immerso nella silenziosa ovatta postprandiale. Una sequenza ininterrotta di urla terrificanti attraverso la tromba delle scale aveva destabilizzato i pensieri assopiti dei condomini. Di lì a poco avremmo saputo a chi appartenevano, a dire il vero chi le ha sentite non ha dubitato per un attimo di chi fossero. Essendo grasse e, soprattutto, estremamente “cattive”, non potevano che appartenere alla signora Maruzzella; la Cornutelia, come la apostrofa ogni tanto Cimiteri quando chiacchiera nell’intimità sicura della sua casa o di quella della nonna, all’improvviso si è messa ad urlare come una dissennata; dopo qualche minuto di sproloqui irripetibili, abbiamo sentito un silenzio tombale di qualche minuto durante il quale ciascuno degli uditori, trovandosi pronto a digitare il primo numero di aiuto (Polizia, Carabinieri, Pompieri, Croce Rossa, a seconda della graduatoria delle paure personali), ha tirato un sospiro di sollievo, ma dopo pochi minuti la sirena della Polizia e, di seguito, quella della ambulanza, stavano già lampeggiando davanti al Blumen. Dopo circa venti minuti abbiamo visto uscire dal cancello Commestini in barella fasciato fino al mento. Ciascuno ha pensato che fosse caduto per l’ennesima volta, qualcuno, anzi, più d’uno ha sospettato della Cornelia. La figlia di Commestini ha seguito con la sua auto il padre in Ospedale. La signora Cornelia è stata vista salire sui sedili posteriori della gazzella della Polizia. Quei “qualcuno” han cominciato a dire “eh, l’avevo pensato io…”
Quello che è veramente successo lo abbiamo letto il giorno dopo nella cronaca locale: la signora, a questo punto possiamo chiamarla semplicemente Cornelia, ha accoltellato il marito a pochi millimetri dalla giugulare perchè aveva cambiato canale senza chiederglielo!  “Se l’avesse fatto, sarebbe cambiato qualcosa?” si commentava nell’androne, “certo, gli avrebbe detto di no e forse gli avrebbe dato solo un calcio negli stinchi”, “meglio così, adesso lui si convincerà a lasciarla quella brutta strega!”, questo era Gargoglia che si è offerto di ospitare Commestini a casa sua, appena fosse stato fuori pericolo. Era stato lui a chiamare il 112.
Il paesaggio limpido, quasi lunare di quel giorno si è tinto di rosso. Dicono che sia l’influenza di Marte, se il buongiorno si vede dal mattino. Alla bacheca del Blumen in serata sono apparsi post it con “chi di spada ferisce….”, o anche “chi accoltella a Capodanno accoltella tutto l’anno…”, tutti accompagnati da inquietanti puntini di sospensione. Commestini s’è fatto una settimana di Ospedale, la Cornelia è stata fermata in osservazione.

Via XX Settembre di Simonetta Agnello Hornby – Recensione

via-xx-settembre-simonetta-agnello-horbyVorrei iniziare l’anno con un racconto famigliare nel quale, una volta tanto, non si parli di lacerazioni famigliari, odi e rancori, violenze, miseria e povertà, potrei dire che vorrei esordire con una contenuta e scaramantica bottarella di vita.  In questi tempi in cui si fa a gara a raccontare in televisione o in filmati che passano su “Youtube” la più tenebrosa delle verità, il più lacerante dei misteri, la più squallida delle storie, la più misera e depravata delle miserie, leggere questo memoir allarga la mente come un respiro. Non che nella famiglia della scrittrice non ci siano stati dissesti finanziari o tradimenti o assenze prolungate, ma sempre, sempre, il tutto accadde come da dietro a tende di garza chiara ondeggianti alla brezza di scirocco. Ogni cosa accade, com’è nella naturalità delle cose, ma è nella naturalità delle cose che accade di tutto. In “Via XX Settembre” questo tutto è infarcito di bisbigli sottesi dietro a porte di quercia, in cucine splendenti dei paioli rame, nel tintinnare dei cucchiaini d’argento su tazzine di porcellana finissima per un caffè che si protraeva per ore. L’autrice a tredici anni giunge in una Palermo, la Palermo della fine anni cinquanta, che la affascina e la stordice col suo fascino barocco, la sua decadenza, i suoi profumi ed il senso di libertà rispetto alla più provinciale Agrigento. In tutto il libro aleggia una storia famigliare con i suoi riti, perfezionati negli anni da generazioni di donne, mentre i nuovi eventi, che porteranno la nuova ricchezza del boom economico, accadono insidiando tante certezze che, fino ad allora, parevano inscalfibili. Una storia che, in parte, rieccheggia le atmosfere del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: la Palermo barocca, decadente, fastosa ed opulenta, la Palermo infarcita di effluvi di gelsomini, ma, in questo caso, oltre a quelle atmosfere per sempre perdute, trapela la Palermo inquieta. Insidiata dalla presenza mefitica della mafia che mette le mani sulla politica, percepiamo la Palermo coi suoi politici che dalla mafia si lasciano fecondare. L’autrice crescerà tra due estremi: la quiete di generazioni che di ogni cosa sanno il da farsi e i suoi tempi, con l’attesa delle stagioni, della lievitazione dei dolci, del maturare della bellezza delle fanciulle e della potenza dei giovani maschi e le novità del tutto e subito del nuovo potere ignorante, aggressivo, omicida. Al termine della storia, che si conclude alla vigilia della partenza della futura scrittrice per una lunga vacanza studio in Inghilterra, già si intuisce la presenza del germe benefico che crescerà in lei come sete di giustizia spingendola a diventare avvocato dei minori.

Via XX Settembre di Simonetta Agnello Hornby