Pieno di luna: la recensione di Sololibri.net

pieno di lunaComincio a montarmi la testa!
Ancora una recensione a Pieno di Luna, stavolta pubblicata sul sito Sololibri.net e firmata da Martina Stanziani.
Qui il link all’articolo originale.

Leggendo questo racconto, mi sono trovata a provare una strana angoscia che mi ha portato a leggerlo ben 2 volte e chissà quante altre ancora in un prossimo futuro.

Un’atmosfera surreale ma attuale permea queste pagine. Un uomo, Altiero, realizza di avere commesso degli errori come padre, come marito e come nonno. Si rende conto che la sua vita è vuota, malgrado i rari sprazzi di felicità vissuti con il contagocce grazie a persone che vivono attorno a lui. Così decide di rivolgersi alla Società Trasparenze e fare un abbonamento per la mente con ideogrammi per la meditazione. Il presente si confonde e mescola con il passato, con i ricordi e con ciò che poteva accadere, come se la vita presente fosse attaccata a una corda e il destino stesse giocando al tiro alla fune. Presente-passato-futuro-presente-passato-futuro. Polaroid perfette di una vita come tante, di un uomo come tanti, complicato, con i suoi rimpianti, rimorsi e errori.

L’apostrofo più bello di questo racconto è, a parer mio, la figura di Rosetta, che con la sua concretezza, schiettezza, semplicità àncora Altiero e il lettore alla realtà in modo impeccabile.

“Un intenso aroma amarognolo di miscela araba si diffuse nella casa, Rosetta era già in cucina alle prese coi fornelli. Ogni mattina da più di vent’anni entrava con la spesa del giorno, si cambiava nella lavanderia-guardaroba adiacente la cucina, riponeva la spesa e preparava la colazione: i suoi gesti erano antichi e colmi di significati, conosceva ogni angolo della casa…”

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Enrica M. Corradini

Anche io, come altri autori, dico la mia sulla scrittura e la lettura in questa intervista pubblicata su Carta & Calamaio.

Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Scrivere è una necessità individuale; pubblicare è un passaggio verso la relazione, da quel momento in poi la “creatura” non è più solo tua, è nel mondo e del mondo.
Non ho mai pensato di scrivere per offrire ai lettori qualcosa di stimolante o degno di attenzione o, addirittura, che valga la pena di essere letto. Ho pensato di pubblicare per condividere qualcosa di me con chi lo voglia fare. Scrivere è come gettare una bottiglia con un messaggio nel mare, chissà se mai qualcuno la troverà, se gli servirà… è una libertà assoluta, meravigliosa, legata al caso. Dunque le premesse sono: una passione sfrenata e una severità assoluta verso la propria scrittura

Come definiresti la tua scrittura?
La immagino incorniciata in una definizione come quella di “realismo magico”…

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Non credo sia necessaria una formazione al mestiere di scrittore o, comunque, io non riuscirei a reggerla, nel senso di scuole di scrittura ecc; se invece si intende un lavoro estremo di limatura alla ricerca dell’essenzialità, credo che sia imprescindibile e che debba nascere da un notevole e faticoso lavoro introspettivo senza pietà.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il tuo rapporto con la lettura?
Leggo troppo,  leggo sempre, dalla mappa della metro, alla pubblicità, al giornale, qualche poesia, saggi per lavoro e per diletto, romanzi, anche se con la lettura di quest’ultimi sono un po’ in crisi. Attualmente, a differenza dei tomi di cui mi nutrivo in adolescenza, ho una grossa difficoltà ad affrontare testi voluminosi, spesso li trovo terribilmente noiosi preferendo ad essi una scrittura scarna che vada al nocciolo. Le spiegazioni le lascerei ai libretti di istruzioni.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Che bello essere oggetto di pregiudizi, ma anche di critiche cattive, cattivissime, vorrebbe dire che mi conoscono in tanti senza magari avermi letta e che, alcuni mi hanno persino letta! Al momento non ne ho riscontrati sic. Il vero pregiudizio è che chi scrive oggi non ha niente di meglio da fare, un velleitario, ma, forse, non è neanche tanto sbagliato, se avessi di meglio da fare smetterei. Un momento, devo dire che un pregiudizio invece ce l’ho anch’io: penso che tanti scrivono, ma troppi pubblicano: dal “Come sono uscito dal tunnel della suocera” al “25 posizioni + altre a piacere news”,  o “I calciatori della mia vita”, mi irrita sapere che oggi una casa editrice seria,  per poter pubblicare uno scrittore altrettanto serio, deve vendere migliaia di copie di libri di cucina o le biografie della ex di ex, quindi se non ti piace la cucina o non hai frequentato calciatori e salotti buoni, sei fregato.
Ma sarà poi un vero pregiudizio? In fin dei conti anche loro han diritto a dire qualcosina, starà ai lettori sceglierli.

Qual’è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Prima di leggermi “Ah scrivi?” Dopo avermi letta “Anch’io scrivo!”, oppure “Ma come fai?”, “Dove trovi il tempo?” oppure nessuna domanda oppure domande pertinenti a dubbi sorti dopo aver letto “Pieno di Luna” che mi hanno divertita tantissimo, ma che non posso ripetere per non togliere la sorpresa.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Non ne conosco personalmente; anche per quelli di cui non amo la scrittura nutro un profondo rispetto perchè ne condivido la fatica; con quelli che amo, viventi, ho un rapporto di sudditanza assoluta al punto che, se dovessi incontrarli, farei finta di non conoscerli, starei lì, incantata, a subirne il fascino; per quelli defunti, invece, ho una specie di culto, i loro testi hanno un posto speciale, non dico che ci sia del feticismo verso le loro opere, ma quasi.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Entrambe le visioni hanno fatto e fanno parte di me: la scrittura è una faccenda privata, anche quando nasce con intenti propagandistici. Un giorno ho deciso di esporre la “creatura scrittura” al mondo perchè, come per anni avevo sopportato la necessità dello scrivere, ho poi avvertito la necessità di un confronto che non fosse autoreferenziale, forse era anche la voglia di condividere un peso, da un certo punto di vista.
Sono ambivalente, alcune cose, come la scrittura del diario, che compilo da anni, sono e rimarranno sempre private, per tutte le altre desidero addirittura il confronto, anche aspro, che non temo e rispetto.

Pieno di luna: la recensione di Federica D’Ascani

pieno di luna Pieno di luna continua ad avere riscontri positivi.
Questa è la lusinghiera recensione di Federica D’Ascani, di cui potete leggere l’articolo originale a questo link.

Altiero è un professore universitario stimato dagli studenti, dalla comunità che sovente lo onora di qualche insigne carica per vari meriti, adorato dai colleghi e dalle sue vicine di casa e amiche d’infanzia. Altiero è un uomo, prima di essere un professore, e a suo tempo è stato marito, padre e nonno. Il problema fondamentale è, forse, rammentare il tempo in cui la sua vita conobbe il suo vero senso di appartenenza, il reale significato della presenza nel mondo. Che sia, questo senso, proprio della prima, della seconda o della terza dimensione. Che padre è stato? E che marito? Possibile che per anni non abbia mai avvertito la necessità di indagare, di capire, di comprendere le necessità che la famiglia da lui formata gli richiedeva quale tributo d’amore? Amore… Forse è quella scintilla che inizia a ricordare, nel cuore prima ancora che nella mente, tramite l’ideogramma “Luna d’autunno” concessa dalla Società Trasparenze. Ideogramma così valido e rilassante, dato quello che l’ha pagato, da fargli dimenticare l’ansietà del passato pur riportandolo in auge nel presente. Ideogramma pur sempre ideato dall’uomo e per questo soggetto ad avaria, proprio come la mente di Altiero, ormai lla prossima deriva.

 

Inizialmente titubante, ho tentennato nella lettura di questo racconto lungo di un’autrice che, per giunta, non conoscevo, Enrica M. Corradini. Non amo la fantascienza e molto raramente mi propongo di leggerne, per la poca attrattiva che ne consegue e che mi spinge, sovente, all’abbandono. Beh, devo dire che con Pieno di Luna ho iniziato, continuato e terminato la lettura in un continuo spasmo di sorpresa e riflessione. Del tutto spiazzata, sono giunta al termine del racconto con la bocca spalancata, febbrilmente alla ricerca di segnali, in internet, che portassero alle stesse conclusioni da me raggiunte. Per soddisfazione di aver compreso, per resa di giustizia a un racconto davvero complesso e ben scritto, per assonanza e affinità mentale tra scrittore e lettore. Ebbene, come sovente capita, l’autrice, purtroppo, non è abbastanza conosciuta da raggiungere un pubblico in grado di apprezzarla nella maniera in cui dovrebbe. Molti pochi i commenti racimolati, devo dire comunque positivi, ma fin troppo esigui e non esaustivi come avrei voluto. Per la prima volta, da quando leggo esordienti ed emergenti, ho provato l’impulso di voler conoscere l’autore del libro in modo tale da poter conferire con lui circa il significato di determinati passi. Seppur inizialmente Pieno di Luna si delinei quale opera di fantascienza, infatti, ben presto diventa un racconto intimistico, atto a indagare nei meandri della mente umana, della memoria perduta, dei giochi che la coscienza compie pur di preservare un minimo di sanità psicologica al fine di non soccombere al dolore e alla tristezza. La Corradini testimonia quanto possa diventare intenso e forte il senso di solitudine dovuto alla morte dei propri cari, specialmente se colmi di rimorsi per occasioni perdute, affetti non donati e non palesati, tempo perduto alla ricerca di sé a discapito della dimostrazione di sentimenti condivisi ma dimenticati. La famiglia rappresenta, come nella realtà del lettore, una piccola società concentrata tra poche persone e in uno spazio ristretto come una casa, forse per questo anche più difficile da amministrare e tenere da conto. Sovente i vari membri della piccola comunità che ognuno di noi ha, per scelta o appartenenza diretta, si allontanano ed estraniano alla ricerca del proprio spazio, per lasciar respirare il proprio ego e non soffocare sotto parole d’amore o gesti che alla lunga divengono anche fastidiosi. Il problema dell’indipendenza è il senso di vuoto e di colpa che si viene a creare quando proprio quei familiari lasciano il mondo terreno senza preavviso, oppure in maniera tale da non consentire un’adeguata resa dei conti, un momento in più per poter dire il “ti voglio bene” perduto nei meandri del proprio ego. Ed è qui che, credo, venga a collocarsi la storia di Altiero. Strutturato come una sorta di 1984 di Orwell, Pieno di Luna è ciò che non desidera apparire. Se superficialmente è un racconto di fantascienza, con tre dimensioni, rapporti familiari vissuti e difficili, tendente a dimostrare quanto la vita di un anziano solo sia difficoltosa, perché accerchiato da ricordi non sempre positivi, Pieno di Luna racconta anche altro. Mi sono trovata a chiedermi, durante la lettura, se la realtà descritta fosse come appariva o se si trattasse di una sorta di “The Others” dove i morti non sono morti e i vivi non sono i vivi. Se la realtà per come la conosciamo non fosse vera, ma un ideogramma, come la Luna d’inverno di Altiero, atta a far vivere all’uomo un’esistenza differente da quella vera? E se invece la seconda o terza dimensione descritte dalla Corradini non fossero meri particolari di un racconto di fantascienza, ma l’idealizzazione della coscienza e della veglia? Oppure, ancora, si trattassero della sanità mentale contrapposta a una malattia atta a modificare le linee guida di un mondo che conosciamo solo per abitudine e non per esperienza pura, perché privi degli strumenti adatti a discernerne le potenzialità volute dalla natura? La Corradini ha creato, nel suo Pieno di Luna, un universo talmente fitto e intricato, mediante una storia che desidera essere più semplice di quella che è, che il termine della lettura segna l’inizio di interrogativi millenari, ostici, scomodi ma avvincenti e superlativi. Pieno di Luna non è un’opera semplice, ma rientra decisamente nella sfera di quei piccoli capolavori che ci si chiede come nascano e come si sviluppino. Desiderosi di leggere qualcosa di davvero innovativo e dannatamente interessante? La Corradini e il suo Pieno di Luna fa per voi!

 

Ancora sto ascensore!

Stasera Gargoglia è rimasto bloccato nell’ascensore del Blumen dove abita; non era stato segnalato il guasto; solo un cartello indicava ”vernice fresca” sulla porta di ferro; dopo pochi secondi di salita si è visto intrappolato in pochi metri cubi d’aria. Ha premuto il tasto della suoneria che però non suonava, lo ha premuto più volte, niente; allora ha pensato “adesso telefono a casa così qualcuno da fuori mi verrà ad aprire” ma il cellulare vecchio modello non aveva campo e dopo pochi secondi si interrompeva la chiamata. Ha cercato di aprire le porte interne, come una molla rientravano in posizione e faceva fatica e poi a cosa serviva, la prima porta, quella esterna appena verniciata, emanava un odore intensissimo di vernice; ha cominciato a pensare di sentirsi in trappola, ma solo per un attimo, poi è stato ad ascoltare se qualcuno passasse da quelle parti; per parecchio tempo non è passato nessuno, ha cominciato a pensare che si sarebbe intossicato i polmoni, quell’odore di vernice gli impregnava le radici. Poi ecco, delle voci, allora ha aperto la porta interna che cedeva con fatica alla sua spinta, ha detto a voce appena un po’ più alta del suo tono normale, non volendo dare l’idea di trovarsi in una situazione troppo grave, com’era in effetti – ehi, c’è qualcuno? Sono intrappolato nell’ascensore, cercate le chiavi per aprirlo! – dall’altra parte voci indistinte gli risposero sollecite, – andiamo subito a cercare la chiave – e si sono allontanati, stranamenti tutti insieme a cercare la chiave, ma dove potevano averla messa, anzi messe? Quante chiavi erano sparse per il Blumen per aprire ascensori bloccati?
L’ambiente cominciava ad essere caldo e la certezza di respirare veleno cominciava ad annebbiargli la mente, che venissero presto a liberarlo! Dopo almeno dieci minuti in cui seppe aspettare tranquillo cercando di controllare un vortice di pensieri di angoscia, arrivò un altro drappello di persone che gli dissero che avrebbero telefonato a quelli della manutenzione dell’ascensore, poi di nuovo il silenzio, ma quante telefonate dovevano aver fatto se tutti scomparivano? Gli venne in mente un documentario sul mare, quei banchi di milioni di pesciolini e all’improvviso deviano il loro tragitto tutti insieme? Quell’odore gli raschiava la gola. Quando tornarono gli dissero che dopo le 20.00 di sera bisognava chiamare i vigili del fuoco, quelli della manutenzione non si sarebbero certo mossi. “E che lo facciano, accidenti, accidentaccio, maledizione, non ce la faccio più a respirare, che cosa aspettano!!!!!!”. Il branco, oltre che muoversi, pensava compatto e stette un po’ davanti all’ascensore sbarrato a parlottare. Dopo altri dieci minuti ne uscì una voce che gli disse “adesso la tiriamo fuori, cominci a stare tranquillo, si sentirà muovere l’ascensore” e così fu, per pochi minuti l’ascensore si mosse e quando si fermò, finalmente, provò ad aprire la porta interna spingendola a fatica: non c’era più la porta esterna sbarrata e verniciata di un marroncino da gastroenterite, adesso c’era un muro di mattoni rossi. Gridò “aiuto, aiutoo! Sono in trappola, vi prego, tiratemi fuori di qui”, ma dall’altra parte nessun rumore, il branco era dislocato ai piani. La sua faccia era terrea, lo specchio la illuminò mentre si fissava gli occhi spalancati, respirava con la bocca semiaperta finchè la luce non si spense. Cominciò a sudare e a strapparsi di dosso la sciarpa che gli avvolgeva ancora il collo, poi slacciò il collo della camicia, poi si lasciò scivolare con la schiena alla parete e stette così seduto a terra chissà, forse per altri trenta? Quarantaminuti? Silenzio, a tratti qualche voce quasi sommessa gli giungeva. Si sentiva come quando è completamente buio e anche se non chiudi gli occhi è come se li avessi chiusi e allora invece degli occhi ti viene da aprire la bocca, come se dovessi vedere per poter respirare.
Lo trovarono esanime, solo un flebile respiro dalle narici che si dilatavano, senza ritmo – fate largo, fate piano, tiratelo fuori – ma lui non capiva tutto quel vociare insistente che gli giungeva da lontano. Era notte fonda ormai e si stava lasciando trasportare da sogni di giorni di sole. Lo avevano trascinato per i piedi e sdraiato a terra sul pianerottolo lucidato a cera dalla Tartolone, che di nascosto dalla Marticola, ogni tanto esce dal suo appartamento e va a pulire tutto il suo corridoio. Così spatasciato sembrava un grande insetto opaco in mezzo al marmo lucido splendente. Attorno a lui il branco di curiosi ex banco di acciughe, l’uomo maschera, cioè il signor Cimiteri dall’espressione immobile, la donna del tenente francese in camicia da notte con una scarpa rossa e una verde ossia la dottoressa Mongiardini, Commestini, ovvero l’uomo dal grande sorriso, in quel momento spento perchè lui a Gargoglia voleva bene, un piccolo spaccato di umanità accorsa per assistere ad uno spettacolo cui raramente era dato di partecipare in prima persona. Qualcuno gli gettò in faccia dell’acqua fredda, qualcun altro cercò di sciogliere il nodo della sciarpa che lo strangolava, qualcun altro si avvicinò con un bicchierino di grappa – come sta signor Gargoglia? Va meglio? Ha visto che ce l’abbiamo fatta? – ma la piccola folla, più che incuriosita, cominciò a guardarlo con sospetto quando si accorse che il suo viso stava cambiando colore: da grigio cera era diventato giallino canarino e poi s’è scurito virando verso l’arancio e poi un ocra denso per spostarsi decisamente verso un colore abbronzato. Sì, abbronzato. Qualcuno lo disse anche, che Gargoglia era abbronzato e qualcuno ci rise sopra, ma tutti cominciarono a preoccuparsi quando si accorsero che, oltre che scurirsi, stava cambiando i connotati: da caucasico a….non si capiva bene cosa fosse uscito da quel malefico ascensore. Assistettero inermi alla metaforfosi inquietante cominciando ad avvertire un sottile timore: ma chi avrebbe mai potuto immaginare che nell’ultimo terzo della vita, quando uno non deve far altro che godersi la pensione e stare in salute, potrebbe capitargli una cosa del genere, e, per di più, in una città a forte connotazione tradizionale, diciamo così, e, ancora peggio, in un condominio il cui amministratore ogni anno faceva lavare le fosse settiche con l’acqua benedetta del padre Po, il grande fiume patria di tutti loro! Ma non più del signor Gargoglia, ormai, ahinoi! E come avrebbero potuto fare adesso, quale sarebbe stato il comportamento più congruo da tenere con un alieno di quel genere? Perchè era ovvio che non potevano più considerarlo uno di loro. Qualcuno pensò di indire subito una assemblea straordinaria per decidere cosa farsene di quel mostro il cui colore stonava col bejge dichiarato ed orgogliosamente esposto di tutto il condominio; pensarono persino che in realtà si fosse sempre travestito da uno di loro e la stanchezza, la paura, il caldo e l’avvelenamento da vernice ne avessero scoperchiato il segreto, rendendolo palese a tutti. Improvvisamente tutti gli atti di gentilezza che egli, nel corso di lunghi anni di convivenza condominiale, aveva elargito ai suoi vicini di casa, furono considerati tentativi di manipolazione, persino i soldi che aveva prestato al signor Commestini di nascosto dalla di lui moglie, andavano interpretati come un tentativo di corruzione bell’e buono, così come anche i pomeriggi trascorsi al capezzale della Cocoscia Nella, furono visti come evidenti modi, da parte del tentacolare essere, di ingraziarsi la vecchia, stordirla con tutte quelle parole fumose e magari di farle firmare qualche carta, alla faccia dei di lei legittimi eredi; la Maruzzella, donna di radici celtiche fortemente ostentate e ribadite a causa delle perplessità degli altri che la vedevano, chissà perchè, guardandolo con attenzione, dichiarò senza alcuna esitazione:
– è un malgascio! Non c’è ombra di dubbio!-  e gli altri, in coro, senza capire esattamente cosa volesse dire quella parola, ma intuendone il pericolo
– e adesso? –
– adesso aspettiamo che si riprenda, non siamo mica animali noi, e poi, fuori! –