Ancora sto ascensore!

Stasera Gargoglia è rimasto bloccato nell’ascensore del Blumen dove abita; non era stato segnalato il guasto; solo un cartello indicava ”vernice fresca” sulla porta di ferro; dopo pochi secondi di salita si è visto intrappolato in pochi metri cubi d’aria. Ha premuto il tasto della suoneria che però non suonava, lo ha premuto più volte, niente; allora ha pensato “adesso telefono a casa così qualcuno da fuori mi verrà ad aprire” ma il cellulare vecchio modello non aveva campo e dopo pochi secondi si interrompeva la chiamata. Ha cercato di aprire le porte interne, come una molla rientravano in posizione e faceva fatica e poi a cosa serviva, la prima porta, quella esterna appena verniciata, emanava un odore intensissimo di vernice; ha cominciato a pensare di sentirsi in trappola, ma solo per un attimo, poi è stato ad ascoltare se qualcuno passasse da quelle parti; per parecchio tempo non è passato nessuno, ha cominciato a pensare che si sarebbe intossicato i polmoni, quell’odore di vernice gli impregnava le radici. Poi ecco, delle voci, allora ha aperto la porta interna che cedeva con fatica alla sua spinta, ha detto a voce appena un po’ più alta del suo tono normale, non volendo dare l’idea di trovarsi in una situazione troppo grave, com’era in effetti – ehi, c’è qualcuno? Sono intrappolato nell’ascensore, cercate le chiavi per aprirlo! – dall’altra parte voci indistinte gli risposero sollecite, – andiamo subito a cercare la chiave – e si sono allontanati, stranamenti tutti insieme a cercare la chiave, ma dove potevano averla messa, anzi messe? Quante chiavi erano sparse per il Blumen per aprire ascensori bloccati?
L’ambiente cominciava ad essere caldo e la certezza di respirare veleno cominciava ad annebbiargli la mente, che venissero presto a liberarlo! Dopo almeno dieci minuti in cui seppe aspettare tranquillo cercando di controllare un vortice di pensieri di angoscia, arrivò un altro drappello di persone che gli dissero che avrebbero telefonato a quelli della manutenzione dell’ascensore, poi di nuovo il silenzio, ma quante telefonate dovevano aver fatto se tutti scomparivano? Gli venne in mente un documentario sul mare, quei banchi di milioni di pesciolini e all’improvviso deviano il loro tragitto tutti insieme? Quell’odore gli raschiava la gola. Quando tornarono gli dissero che dopo le 20.00 di sera bisognava chiamare i vigili del fuoco, quelli della manutenzione non si sarebbero certo mossi. “E che lo facciano, accidenti, accidentaccio, maledizione, non ce la faccio più a respirare, che cosa aspettano!!!!!!”. Il branco, oltre che muoversi, pensava compatto e stette un po’ davanti all’ascensore sbarrato a parlottare. Dopo altri dieci minuti ne uscì una voce che gli disse “adesso la tiriamo fuori, cominci a stare tranquillo, si sentirà muovere l’ascensore” e così fu, per pochi minuti l’ascensore si mosse e quando si fermò, finalmente, provò ad aprire la porta interna spingendola a fatica: non c’era più la porta esterna sbarrata e verniciata di un marroncino da gastroenterite, adesso c’era un muro di mattoni rossi. Gridò “aiuto, aiutoo! Sono in trappola, vi prego, tiratemi fuori di qui”, ma dall’altra parte nessun rumore, il branco era dislocato ai piani. La sua faccia era terrea, lo specchio la illuminò mentre si fissava gli occhi spalancati, respirava con la bocca semiaperta finchè la luce non si spense. Cominciò a sudare e a strapparsi di dosso la sciarpa che gli avvolgeva ancora il collo, poi slacciò il collo della camicia, poi si lasciò scivolare con la schiena alla parete e stette così seduto a terra chissà, forse per altri trenta? Quarantaminuti? Silenzio, a tratti qualche voce quasi sommessa gli giungeva. Si sentiva come quando è completamente buio e anche se non chiudi gli occhi è come se li avessi chiusi e allora invece degli occhi ti viene da aprire la bocca, come se dovessi vedere per poter respirare.
Lo trovarono esanime, solo un flebile respiro dalle narici che si dilatavano, senza ritmo – fate largo, fate piano, tiratelo fuori – ma lui non capiva tutto quel vociare insistente che gli giungeva da lontano. Era notte fonda ormai e si stava lasciando trasportare da sogni di giorni di sole. Lo avevano trascinato per i piedi e sdraiato a terra sul pianerottolo lucidato a cera dalla Tartolone, che di nascosto dalla Marticola, ogni tanto esce dal suo appartamento e va a pulire tutto il suo corridoio. Così spatasciato sembrava un grande insetto opaco in mezzo al marmo lucido splendente. Attorno a lui il branco di curiosi ex banco di acciughe, l’uomo maschera, cioè il signor Cimiteri dall’espressione immobile, la donna del tenente francese in camicia da notte con una scarpa rossa e una verde ossia la dottoressa Mongiardini, Commestini, ovvero l’uomo dal grande sorriso, in quel momento spento perchè lui a Gargoglia voleva bene, un piccolo spaccato di umanità accorsa per assistere ad uno spettacolo cui raramente era dato di partecipare in prima persona. Qualcuno gli gettò in faccia dell’acqua fredda, qualcun altro cercò di sciogliere il nodo della sciarpa che lo strangolava, qualcun altro si avvicinò con un bicchierino di grappa – come sta signor Gargoglia? Va meglio? Ha visto che ce l’abbiamo fatta? – ma la piccola folla, più che incuriosita, cominciò a guardarlo con sospetto quando si accorse che il suo viso stava cambiando colore: da grigio cera era diventato giallino canarino e poi s’è scurito virando verso l’arancio e poi un ocra denso per spostarsi decisamente verso un colore abbronzato. Sì, abbronzato. Qualcuno lo disse anche, che Gargoglia era abbronzato e qualcuno ci rise sopra, ma tutti cominciarono a preoccuparsi quando si accorsero che, oltre che scurirsi, stava cambiando i connotati: da caucasico a….non si capiva bene cosa fosse uscito da quel malefico ascensore. Assistettero inermi alla metaforfosi inquietante cominciando ad avvertire un sottile timore: ma chi avrebbe mai potuto immaginare che nell’ultimo terzo della vita, quando uno non deve far altro che godersi la pensione e stare in salute, potrebbe capitargli una cosa del genere, e, per di più, in una città a forte connotazione tradizionale, diciamo così, e, ancora peggio, in un condominio il cui amministratore ogni anno faceva lavare le fosse settiche con l’acqua benedetta del padre Po, il grande fiume patria di tutti loro! Ma non più del signor Gargoglia, ormai, ahinoi! E come avrebbero potuto fare adesso, quale sarebbe stato il comportamento più congruo da tenere con un alieno di quel genere? Perchè era ovvio che non potevano più considerarlo uno di loro. Qualcuno pensò di indire subito una assemblea straordinaria per decidere cosa farsene di quel mostro il cui colore stonava col bejge dichiarato ed orgogliosamente esposto di tutto il condominio; pensarono persino che in realtà si fosse sempre travestito da uno di loro e la stanchezza, la paura, il caldo e l’avvelenamento da vernice ne avessero scoperchiato il segreto, rendendolo palese a tutti. Improvvisamente tutti gli atti di gentilezza che egli, nel corso di lunghi anni di convivenza condominiale, aveva elargito ai suoi vicini di casa, furono considerati tentativi di manipolazione, persino i soldi che aveva prestato al signor Commestini di nascosto dalla di lui moglie, andavano interpretati come un tentativo di corruzione bell’e buono, così come anche i pomeriggi trascorsi al capezzale della Cocoscia Nella, furono visti come evidenti modi, da parte del tentacolare essere, di ingraziarsi la vecchia, stordirla con tutte quelle parole fumose e magari di farle firmare qualche carta, alla faccia dei di lei legittimi eredi; la Maruzzella, donna di radici celtiche fortemente ostentate e ribadite a causa delle perplessità degli altri che la vedevano, chissà perchè, guardandolo con attenzione, dichiarò senza alcuna esitazione:
– è un malgascio! Non c’è ombra di dubbio!-  e gli altri, in coro, senza capire esattamente cosa volesse dire quella parola, ma intuendone il pericolo
– e adesso? –
– adesso aspettiamo che si riprenda, non siamo mica animali noi, e poi, fuori! –

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