Pieno di luna: la recensione di Federica D’Ascani

pieno di luna Pieno di luna continua ad avere riscontri positivi.
Questa è la lusinghiera recensione di Federica D’Ascani, di cui potete leggere l’articolo originale a questo link.

Altiero è un professore universitario stimato dagli studenti, dalla comunità che sovente lo onora di qualche insigne carica per vari meriti, adorato dai colleghi e dalle sue vicine di casa e amiche d’infanzia. Altiero è un uomo, prima di essere un professore, e a suo tempo è stato marito, padre e nonno. Il problema fondamentale è, forse, rammentare il tempo in cui la sua vita conobbe il suo vero senso di appartenenza, il reale significato della presenza nel mondo. Che sia, questo senso, proprio della prima, della seconda o della terza dimensione. Che padre è stato? E che marito? Possibile che per anni non abbia mai avvertito la necessità di indagare, di capire, di comprendere le necessità che la famiglia da lui formata gli richiedeva quale tributo d’amore? Amore… Forse è quella scintilla che inizia a ricordare, nel cuore prima ancora che nella mente, tramite l’ideogramma “Luna d’autunno” concessa dalla Società Trasparenze. Ideogramma così valido e rilassante, dato quello che l’ha pagato, da fargli dimenticare l’ansietà del passato pur riportandolo in auge nel presente. Ideogramma pur sempre ideato dall’uomo e per questo soggetto ad avaria, proprio come la mente di Altiero, ormai lla prossima deriva.

 

Inizialmente titubante, ho tentennato nella lettura di questo racconto lungo di un’autrice che, per giunta, non conoscevo, Enrica M. Corradini. Non amo la fantascienza e molto raramente mi propongo di leggerne, per la poca attrattiva che ne consegue e che mi spinge, sovente, all’abbandono. Beh, devo dire che con Pieno di Luna ho iniziato, continuato e terminato la lettura in un continuo spasmo di sorpresa e riflessione. Del tutto spiazzata, sono giunta al termine del racconto con la bocca spalancata, febbrilmente alla ricerca di segnali, in internet, che portassero alle stesse conclusioni da me raggiunte. Per soddisfazione di aver compreso, per resa di giustizia a un racconto davvero complesso e ben scritto, per assonanza e affinità mentale tra scrittore e lettore. Ebbene, come sovente capita, l’autrice, purtroppo, non è abbastanza conosciuta da raggiungere un pubblico in grado di apprezzarla nella maniera in cui dovrebbe. Molti pochi i commenti racimolati, devo dire comunque positivi, ma fin troppo esigui e non esaustivi come avrei voluto. Per la prima volta, da quando leggo esordienti ed emergenti, ho provato l’impulso di voler conoscere l’autore del libro in modo tale da poter conferire con lui circa il significato di determinati passi. Seppur inizialmente Pieno di Luna si delinei quale opera di fantascienza, infatti, ben presto diventa un racconto intimistico, atto a indagare nei meandri della mente umana, della memoria perduta, dei giochi che la coscienza compie pur di preservare un minimo di sanità psicologica al fine di non soccombere al dolore e alla tristezza. La Corradini testimonia quanto possa diventare intenso e forte il senso di solitudine dovuto alla morte dei propri cari, specialmente se colmi di rimorsi per occasioni perdute, affetti non donati e non palesati, tempo perduto alla ricerca di sé a discapito della dimostrazione di sentimenti condivisi ma dimenticati. La famiglia rappresenta, come nella realtà del lettore, una piccola società concentrata tra poche persone e in uno spazio ristretto come una casa, forse per questo anche più difficile da amministrare e tenere da conto. Sovente i vari membri della piccola comunità che ognuno di noi ha, per scelta o appartenenza diretta, si allontanano ed estraniano alla ricerca del proprio spazio, per lasciar respirare il proprio ego e non soffocare sotto parole d’amore o gesti che alla lunga divengono anche fastidiosi. Il problema dell’indipendenza è il senso di vuoto e di colpa che si viene a creare quando proprio quei familiari lasciano il mondo terreno senza preavviso, oppure in maniera tale da non consentire un’adeguata resa dei conti, un momento in più per poter dire il “ti voglio bene” perduto nei meandri del proprio ego. Ed è qui che, credo, venga a collocarsi la storia di Altiero. Strutturato come una sorta di 1984 di Orwell, Pieno di Luna è ciò che non desidera apparire. Se superficialmente è un racconto di fantascienza, con tre dimensioni, rapporti familiari vissuti e difficili, tendente a dimostrare quanto la vita di un anziano solo sia difficoltosa, perché accerchiato da ricordi non sempre positivi, Pieno di Luna racconta anche altro. Mi sono trovata a chiedermi, durante la lettura, se la realtà descritta fosse come appariva o se si trattasse di una sorta di “The Others” dove i morti non sono morti e i vivi non sono i vivi. Se la realtà per come la conosciamo non fosse vera, ma un ideogramma, come la Luna d’inverno di Altiero, atta a far vivere all’uomo un’esistenza differente da quella vera? E se invece la seconda o terza dimensione descritte dalla Corradini non fossero meri particolari di un racconto di fantascienza, ma l’idealizzazione della coscienza e della veglia? Oppure, ancora, si trattassero della sanità mentale contrapposta a una malattia atta a modificare le linee guida di un mondo che conosciamo solo per abitudine e non per esperienza pura, perché privi degli strumenti adatti a discernerne le potenzialità volute dalla natura? La Corradini ha creato, nel suo Pieno di Luna, un universo talmente fitto e intricato, mediante una storia che desidera essere più semplice di quella che è, che il termine della lettura segna l’inizio di interrogativi millenari, ostici, scomodi ma avvincenti e superlativi. Pieno di Luna non è un’opera semplice, ma rientra decisamente nella sfera di quei piccoli capolavori che ci si chiede come nascano e come si sviluppino. Desiderosi di leggere qualcosa di davvero innovativo e dannatamente interessante? La Corradini e il suo Pieno di Luna fa per voi!

 

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