Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Enrica M. Corradini

Anche io, come altri autori, dico la mia sulla scrittura e la lettura in questa intervista pubblicata su Carta & Calamaio.

Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Scrivere è una necessità individuale; pubblicare è un passaggio verso la relazione, da quel momento in poi la “creatura” non è più solo tua, è nel mondo e del mondo.
Non ho mai pensato di scrivere per offrire ai lettori qualcosa di stimolante o degno di attenzione o, addirittura, che valga la pena di essere letto. Ho pensato di pubblicare per condividere qualcosa di me con chi lo voglia fare. Scrivere è come gettare una bottiglia con un messaggio nel mare, chissà se mai qualcuno la troverà, se gli servirà… è una libertà assoluta, meravigliosa, legata al caso. Dunque le premesse sono: una passione sfrenata e una severità assoluta verso la propria scrittura

Come definiresti la tua scrittura?
La immagino incorniciata in una definizione come quella di “realismo magico”…

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Non credo sia necessaria una formazione al mestiere di scrittore o, comunque, io non riuscirei a reggerla, nel senso di scuole di scrittura ecc; se invece si intende un lavoro estremo di limatura alla ricerca dell’essenzialità, credo che sia imprescindibile e che debba nascere da un notevole e faticoso lavoro introspettivo senza pietà.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il tuo rapporto con la lettura?
Leggo troppo,  leggo sempre, dalla mappa della metro, alla pubblicità, al giornale, qualche poesia, saggi per lavoro e per diletto, romanzi, anche se con la lettura di quest’ultimi sono un po’ in crisi. Attualmente, a differenza dei tomi di cui mi nutrivo in adolescenza, ho una grossa difficoltà ad affrontare testi voluminosi, spesso li trovo terribilmente noiosi preferendo ad essi una scrittura scarna che vada al nocciolo. Le spiegazioni le lascerei ai libretti di istruzioni.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Che bello essere oggetto di pregiudizi, ma anche di critiche cattive, cattivissime, vorrebbe dire che mi conoscono in tanti senza magari avermi letta e che, alcuni mi hanno persino letta! Al momento non ne ho riscontrati sic. Il vero pregiudizio è che chi scrive oggi non ha niente di meglio da fare, un velleitario, ma, forse, non è neanche tanto sbagliato, se avessi di meglio da fare smetterei. Un momento, devo dire che un pregiudizio invece ce l’ho anch’io: penso che tanti scrivono, ma troppi pubblicano: dal “Come sono uscito dal tunnel della suocera” al “25 posizioni + altre a piacere news”,  o “I calciatori della mia vita”, mi irrita sapere che oggi una casa editrice seria,  per poter pubblicare uno scrittore altrettanto serio, deve vendere migliaia di copie di libri di cucina o le biografie della ex di ex, quindi se non ti piace la cucina o non hai frequentato calciatori e salotti buoni, sei fregato.
Ma sarà poi un vero pregiudizio? In fin dei conti anche loro han diritto a dire qualcosina, starà ai lettori sceglierli.

Qual’è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Prima di leggermi “Ah scrivi?” Dopo avermi letta “Anch’io scrivo!”, oppure “Ma come fai?”, “Dove trovi il tempo?” oppure nessuna domanda oppure domande pertinenti a dubbi sorti dopo aver letto “Pieno di Luna” che mi hanno divertita tantissimo, ma che non posso ripetere per non togliere la sorpresa.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Non ne conosco personalmente; anche per quelli di cui non amo la scrittura nutro un profondo rispetto perchè ne condivido la fatica; con quelli che amo, viventi, ho un rapporto di sudditanza assoluta al punto che, se dovessi incontrarli, farei finta di non conoscerli, starei lì, incantata, a subirne il fascino; per quelli defunti, invece, ho una specie di culto, i loro testi hanno un posto speciale, non dico che ci sia del feticismo verso le loro opere, ma quasi.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Entrambe le visioni hanno fatto e fanno parte di me: la scrittura è una faccenda privata, anche quando nasce con intenti propagandistici. Un giorno ho deciso di esporre la “creatura scrittura” al mondo perchè, come per anni avevo sopportato la necessità dello scrivere, ho poi avvertito la necessità di un confronto che non fosse autoreferenziale, forse era anche la voglia di condividere un peso, da un certo punto di vista.
Sono ambivalente, alcune cose, come la scrittura del diario, che compilo da anni, sono e rimarranno sempre private, per tutte le altre desidero addirittura il confronto, anche aspro, che non temo e rispetto.

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