L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki – Recensione

L’incolore-Tazaki-Tsukuru-e-i-suoi-anni-di-pellegrinaggioL’incipit vale il romanzo: “Dal mese di luglio del suo secondo anno di università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire.”
Perfetto. Cosa si può aggiungere o togliere a tanto rigore?
Tutti gli amici di Tazaki hanno un colore nel loro cognome ma il suo mondo ora è senza colori perchè ha perso la loro amicizia. Le parole stringate dell’incipit condensano l’universo del giovane uomo.
Era una amicizia rigorosa, selettiva, quella che li legava, di quelle che non lasciano spazio ad altro e che si è spezzata con la clamorosa espulsione dal gruppo di Tsukuru.
Il dolore di questa perdita, delle persone che con lui avevano condiviso pressochè tutte le ore del giorno da anni, il loro abbandono senza emozioni, silenzioso, nudo e muto sono pesi insopportabili che lo chiudono vieppiù in se stesso, solo le stazioni e il passare dei treni lo calmano e riconciliano momentaneamente con se stesso. L’espressione di questi sentimenti così delicati ma, al tempo stesso, violenti poichè sottendono pensieri di morte per suicidio, è tracciata da Murakami con attento controllo della parte emotiva che sembra voler sboccare all’aperto e invece è retratta nel silenzio di una vita non più vissuta ma sopportata. I pensieri annegano nella mente del giovane in circuiti viziosi finchè, parecchi anni dopo, incontra casualmente Sara che lo invita a tornare a Nagoya, la città natale, per scoprire cosa è davvero successo. Solo così il suo cuore e la sua mente saranno liberi di amarla. Ed ecco, abbandonato l’orgoglio della solitudine, il rituale pellegrinaggio alla ricerca della verità. Il ritorno ad un passato che ritrova cambiato, alla verità pur dolorose eppur così banale, il rendersi conto di come le persone le sopportano senza conoscerne il prezzo emotivo da saldare, gli permettono di staccarsi definitivamente dall’adolescenza per spiccare davvero il volo verso la vita piena.

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki

 

 

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Commestini impara a dire “No!” 1

keep-calm-and-just-say-noIl tutto è nato quando Commestini ha avuto l’ultima crisi di nervi, era nell’androne, dove ci si riunisce per la frescura naturale dovuta ad una areazione perfetta ed al fatto che siamo ad un livello sotto strada; la di lui consorte dal pianerottolo lo ha chiamato per una incombenza e lui, appoggiando un braccio sulla spalla di Gargoglia, si è messo a urlare “ma perchè non sono mai capace di dirle di no?”
“Perchè ti ha stregato!” gli risponde Gargoglia
“Ma che stregato…dici?”
“Ovvio, se no come si capisce che fai sempre quello che non vuoi fare e che vuole farti fare lei?”
“Con lei non riesco mai a decidere niente, adesso non mi chiede neanche più, fa lei e poi dice che me lo aveva detto, così mi da pure del rimbambito e anche lì io non dico niente”
“Senti, cerca di reagire, poi mi dici come è andata, io intanto vado a chiedere a chi so io”
Non erano neanche passate un paio d’ore che Commestini, sempre più inquieto, percorreva l’androne con le braccia dietro la schiena, che Gargoglia gli proponeva quello che era riuscito a carpire dalla signorina Esmeralda.
“Allora, sta bene attento, sono riuscito a farmi dire solo sta roba, mi ha detto che non mi dice altro perchè vorrebbe fare un corso a pagamento, ma per ora mi ha scucito che devi resistere quando lei ti dice robe tipo “mi aspettavo altro da te” o “se dici così tu mi fai del male” te le devi far scivolare addosso, capisci, non la devi ascoltare, come Ulisse con le sirene!..sì non so chi è e mi fa specie che creda alle sirene, ma tant’è che ha detto così e tu cerca di darle retta”
In effetti l’entusiasmo di Gargoglia lo aveva spinto ben oltre l’obiettivo: paragonare la Cornelia Maruzzella a una sirena era quanto di più inverosimile si potesse immaginare.

Due giorni dopo l’uomo di nuovo vagava in preda a foschi pensieri e allo sguardo interrogativo della Marticola sbottò con un “Ma come faccio? Ero deciso a dirle che doveva andare lei a portare la pattumiera perchè non me la sentivo, ma, quando stavo per dirglielo, lei mi ha portato il gelato, quello che piace a me, sa quello col pistacchio, la mandorla e la cipolla, ma un filino appena…l’ho mangiato e dopo ho fatto quello che voleva lei!”. Esmeralda Sviluppo, l’interpellata, che, nel frattempo, si era fermata alle sue spalle  facendolo sussultare, gli dice “Ma non ci siamo proprio, signor Commestini! Lei non può vendersi per un gelato!” Lui si gira di botto e, come riprendendo una conversazione interrotta, con un fil di voce dice “Ma dovevo mangiarlo, me l’avrebbe tirato addosso, poi era quello che piace a me e lei aveva pensato a me…e…e….come facevo a quel punto a dirle di no?”
“Non voglio più sentire ste giustificazioni signor Commestini! Il signor Gargoglia mi ha parlato tanto affettuosamente di lei, è un uomo veramente preoccupato per lei e noi non possiamo deluderlo, vero?”
“Ma certo signorina Esmeralda, mi scusi signora maestra Esmeralda Sviluppo io..non volevo…”
“Tipico comportamento passivo” gli risponde lei guardando la Marticola che scuote la testa.
“Ho deciso, su sollecitazione di molti, che, dalla prossima settimana terrò lezioni di as-ser-ti-vi-tà! Credo che lei dovrebbe essere il primo della lista degli iscritti” poi, rivolgendosi alla Marticola come se fosse la sua segretaria “Apporrete un foglio in bacheca con l’elenco degli iscritti predisposto per il nome in stampatello, il numero di telefono e la firma, grazie” poi girò sui tacchi a cubo e si diresse verso il giardino col naso all’insù.
Mentre la Marticola, appoggiata allo spazzolone, annuiva a metà tra lo stupito e l’efficiente, Commestini restò a guardarla mentre si allontanava volgendogli le spalle e per un attimo, ma solo un attimo, gli ricordò la sua adorata Maruzzella.

 

Poesia: L’estate di Friedrich Holderlin

Claude Monet Sommer (Estate) 1874 Alte Nationalgalerie Berlino (Berlin)

L’Estate
In vista è ancora la stagione, mentre splendenti
E lievi ristanno i campi dell’estate;
Disteso nello sfarzo è il verde campo,
Ovunque scivola via l’onda del ruscello.

Così tra monte e valle s’allunga il giorno,
Incontenibile, radioso, e in pace
Sfilano le nuvole a grandi altezze:
Sembra esitare,con splendore, l’anno

Friedrich Holderlin

 

(Immagine: Claude Monet – Estate (1874) – Alte Nationalgalerie Berlino)

Notte di Nebbia in Pianura di Angelo Ricci – Recensione

copertina Notte di nebbia in pianuraLeggere Ricci ed essere introdotti all’interno di un ineludibile senso dell’effimero è cosa certa; il tutto, unito ad una certa levità, pare appartenere alla scrittura della gente di questa terra. Che sia la nebbia che già traspare dalla copertina e dal titolo del romanzo? È la nebbia che avvolge la pianura padana, che la movimenta, ne fa danzare le cose, sfumandole di quel non colore che si vede nei paesaggi leonardeschi apparentemente opaco, così sottotono, che vuole esserci ma non gradisce di far vedere che c’è; ti aspetteresti che da questa nebbia traspaiano cose sinuose, invece dalla forza della scrittura emerge, come dopo una lunga apnea, un mondo variegato che pulsa vita da tutti i pori. Buoni e cattivi ma neanche tanto, figure dai colori netti che non vogliono sbiadire ma anch’esse fatte di nebbia che si affacciano come a tante finestre dello stesso caseggiato e tu passando le intravedi. Movimento, movimento che appare e scompare e tu, per vedere, così come facciamo nella nebbia, sei costretto a puntare sui dettagli, a cercare punti di riferimento. I personaggi che prendono vita e le loro poche frasi, definite, ripetute ossessivamente, ci fanno da bussola. Ognuno è a sé, intagliato nel legno, quello che l’umidità avvolge di muschio. E poi la nebbia è leggera, come lo sono forzatamente le nostre personalità. La nebbia che tutto indistintamente avvolge alleggerisce i pesi che se li intra-vedi non sembrano poi così pesanti; ti appaiono pezzo a pezzo ed è più facile sopportarli. Il giovane uomo perso nel suo modo stantio, la madre che lo ha lasciato al suo destino, questa volta il suo “meno male che sei alto” non rappezzerà più gli strappi che la vita gli procurerà; il rabbioso che vive d’improperi, anch’egli fermo, il confronto con la forza pubblica, sempiterno rincorrersi di buoni e cattivi e qualche volta non sai davvero più chi sono i buoni, e neanche i cattivi, il Fanelli, personaggio delizioso che da dietro le quinte dice la sua e poi decide di lasciare; gli agenti di servizio, la detenuta Sandri Anna, appiccicata ad un brandello d’affetto che sta tutto nell’odore della felpa del suo Ibrahim che l’ha appena incastrata in un pasticcio ed è scomparso, e lei, cerca il suo bambino disperata e continua a credere in quell’uomo che le ha gettato in galera con la sua felpa. Gli amici del pokerino. Svetlana, la donna di Ucraina di uno di loro, che deve imparare a parlare meglio se no sembrerà sempre una immigrata….
Il Ricci scrive bene, va liscio, evapora le parole, anche quelle pesanti e le mette nella bocca di una umanità infarcita di speranze e di umidità, la nostra.