La poesia dorsale

Poesia dorsaleIMG_5493. Questa denominazione mi ha subito incuriosito. Di cosa si tratta?! Praticamente è una poesia che nasce dai libri, ma non dal loro contenuto, bensì dal loro “contenitore”. A comporre la poesia infatti sono i titoli dei libri, riportati sul dorso del libro stesso. Nasce semplicemente guardando i volumi, che devono essere fisicamente presenti per poter comporre. Così dalla loro sovrapposizione nascono componimenti inaspettati. In questo modo tutti gli amanti dei libri possono diventare poeti dorsali e dare vita  a una propria e personalissima poesia. Senza limiti né regole.

È fondamentale immortalare con una fotografia la propria poesia, poiché nata da uno spunto visivo. Questo semplicemente per dargli una forma che altrimenti non avrebbe, rimanendo solo nella mente del suo creatore.

Mi ha talmente affascinato, questa strana forma di poesia, da volerne comporre una estemporanea, come vedete nella foto:

Soltanto un sorriso
sotto copertura.
Siamo solo amici:
tanto vale vivere.

Recensione di “La gemella H” di Giorgio Falco

gemella h

Se volete fare un salto nel senso delle piccole cose delle nostre piccole esistenze, qui ce n’è per tutti i nostri piccoli gusti. La storia è quella di un altrettanto piccolo nucleo famigliare che emigra in Italia. Non si tratta dei diseredati reietti umiliati sofferenti nel corpo e nella mente cui siamo abituati. I protagonisti sono tedeschi doc, bavaresi, per la precisione, dovrei dire ariani, dato il caso, la loro storia è narrata a partire dagli anni trenta del secolo scorso ad ora. Le tappe della loro migrazione sono Merano, Milano e la riviera adriatica.

La storia è raccontata in prima persona, a tratti da una e a tratti dall’altra delle due gemelle protagoniste, Helga ed Hilda, che seguiamo nell’arco di tutta la loro vita.

Visivamente il romanzo è confezionato come un lavoro, assemblando migliaia di affetti/effetti, odori, sapori, atmosfere, stili di vita tracciati con pennellate di colore deciso, incastonati perfettamente l’uno con l’altro. Si parte dalla piccola Heimat che non può non ricordarci l’opera di Edgar Reitz e la sua atmosfera di operosa vita quotidiana, di cose pulite, di saggezza antica contadina, di crocifissi di montagna con il loro piccolo mazzetto di fiori, di decisioni neanche troppo difficili da prendere quando si deve decidere da che parte stare, soprattutto se al governo del paese c’è un tale di nome Hitler. E poi, con la fine della guerra, la fuga, il nascondimento-ma-non-troppo, la vita di gente che ama il proprio lavoro e che non vuole fare altro che quello e bene; di gente che potrebbe vivere di rendita ma rispolvera l’operosità degli avi per giustificare ciò che possiede e di cui si è appropriata approfittando senza troppi scrupoli della disgrazia capitata ai vicini disgraziati di ebrei.

Giustificare certe scelte con un operoso lavoro forse non basta e qualcosa di quello che hai sottratto prima o poi ti lascerà di nuovo drammaticamente.

La storia delle protagoniste la lascio al lettore, ciò che mi ha più colpito del romanzo è l’originalità della prospettiva da cui parte l’osservazione e la conferma che le colpe dei padri, se non depurate, comunque, prima o poi cadranno sulle teste dei figli.

“La gemella H” di Giorgio Falco

 

Siamo o non siamo scrittori?

scrivere-e-un-lavoro-duroCari amici, vi lancio uno spunto di riflessione, sempre che vi interessi; la cosa avrebbe anche il suo senso, visto che siamo entrati nell’autunno e la stagione potrebbe essere propizia per riflessioni un po’ più approfondite e non distratte da calure, acqua di mare e refoli alpini.

La domanda che vi pongo e che mi pongo è: noi che non viviamo di scrittura (preciso: viviamo di scrittura e di lettura, ma le stesse attività non ci permettono entrate adeguate per il nostro stile di vita dispendioso, vedi acquisti di libri), quindi, noi che per campare dobbiamo fare altro, ci possiamo considerare scrittori?

La cosa divertente della storia è che io anni fa sono uscita elegantemente dal labirinto equivocante di questa domanda autodefinendomi scrittrice. Su quale base mi definivo tale? Ma semplicemente in quanto essere “scrivente”. Questo bel participio mi da una bella idea classificatoria, così come il bel “vivente” che a volte si mette accanto al nome di un artista. Tutto questo in onore al vocabolario che definisce scrittore “colui che si dedica ad una attività letteraria mosso da un intendimento d’arte”, in esteso anche “persona che scrive dietro ispirazione”. Dunque mi ci sono trovata perfettamente, anche se l’intento d’arte non mi era molto chiaro. Fin lì tutto bene, finchè non ho incontrato una stupenda donnina, almeno così io me la immagino, che di nome fa Dorothea…e già lì avrei dovuto mettermi in allarme, dalla quale non sono riuscita a stare alla larga: miss Dorothea Brande, scrittrice ed editor newyorkese (1893-1948), lei e la sua bella doccia gelata: intanto dice che non si impara a scrivere ma si impara a diventare scrittore e lì, già mi sono riassestata sulla poltona…e prosegue “il momento migliore per scrivere è la mattina presto, quindi alzarsi un’ora prima del solito e scrivere” ma ancora, attenzione attenzione “ se i vostri tentativi di eseguire questo esercizio sfociano sempre nell’insuccesso, rassegnatevi: evidentemente la vostra resistenza è più forte del desiderio di scrivere e prima o poi riuscirete a trovare qualche altro sfogo per la vostra energia”. Grandiosa. Ma anche sentenza inaccettabile, uno schiaffo in faccia! Così mi sono messa la sveglia all’alba di un mattino di novembre e in poco più di un mese ho sfornato “Pieno di luna”. A quel punto mi sono sentita un po’ più scrittrice. Ma è ormai passato qualche anno e la domanda che ancora una volta mi pongo e vi pongo, evidentemente ancora inevasa, è, dopo aver pubblicato altro, siamo o no scrittori? Se non ci dedichiamo con metodo alla scrittura, se non dedichiamo alla nostra musa il sacrificio di noi stessi, anche corporale di stare inchiodati a una sedia scomoda, al freddo ogni giorno, anche nei giorni vuoti, se insomma stiamo ad aspettare l’ispirazione, non lavorando con metodo, alla Camilleri per intenderci, siamo o no scrittori?