Un saluto e un ringraziamento a tutti voi

Carissimi, è l’ultimo post di questo, a mio non modesto avviso, bellissimo blog che per anni, puntualmente, ci ha accompagnati settimana dopo settimana.
Nel salutarvi e ringraziarvi auguro a tutti voi di coltivare l’attitudine alla introversione silenziosa, al fertile ascolto, alla riflessione contenuta, alla esplicitazione di un pensiero masticato, limato da liberare con gioia. La preziosità della parola va protetta. Non è più tempo di cose strillate, perchè siamo diventati sordi, né di condivisioni di emozioni o piccoli fatti, perchè ci annoiano terribilmente, né di monitoraggi minuto per minuto di vite altrui che assorbiamo intossicandoci. Occorre ritirarsi e mirare all’essere. Spero di avervi divertiti e fatto compagnia per un pezzetto di strada. Intendo rinchiudermi nella torre e riprendere a scrivere sistematicamente storie. Perchè non provate anche voi?

“L’istinto di narrare” di Jonathan Gottschall – recensione

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L’autore dice che per l’uomo raccontare storie è fondamentale, è una questione di vita. Le storie sono illusioni, certo, ma le illusioni positive ci impediscono di disperarci. Siamo in un’epoca di antidepressivi ed ansiolitici vari consumati con precisione sacrale eppure, il modo più comune di affrontare l’ansia esistenziale di fondo è parlarne o leggerne o sentirle raccontare; spesso la depressione e l’ansia derivano da una “storia incoerente”, una narrazione inadeguata di noi stessi, insomma ce la raccontiamo un po’ come ci sembra che ci faccia stare meglio, anche quando ci raccontiamo cose tristi. La psicoterapia aiuta, quando siamo infelici, a mettere in careggiata la nostra storia di vita, aiutandoci a costruire una storia, vera, con la quale possiamo vivere. E funziona: studi scientifici controllati dimostrano che la terapia della parola è un trattamento pari o anche meglio dei farmaci. Una cosa similare la fanno anche le storie, quelle che ci raccontiamo della nostra vita e quelle degli altri, o quelle che leggiamo nei romanzi e nei racconti, che nutrono la nostra immaginazione dandoci mondi sicuri nei quali fare pratica, è per questo che noi umani non smetteremo mai di farlo. Quante volte ci siamo resi conto che un romanzo ha cambiato un piccolo pezzo della nostra vita? Infinite. Ecco perchè non smetteremo mai di raccontarci storie, di avere sete di leggerne.

L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall

La terra e la morte

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E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
-non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

23 novembre 1945
Cesare Pavese, La terra e la morte

per un 70° anniversario….

“Siamo tutti completamente fuori di noi” di Karen Joy Fowler – recensione

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Un bel libro. Un punto di vista curioso eppure così vero e assolutamente possibile. Crescere in una famiglia di studiosi e far parte di un esperimento senza saperlo, come se i sentimenti non esistessero e solo ciò che conta è quanto riesci ad imparare, non tu, ma tua sorella che ti assomiglia per un patrimonio genetico quasi uguale al tuo, ma che non è lo stesso perchè lei è uno scimpanzè. Un libro che fa riflettere quanto un esperimento che non tenga conto delle emozioni non registrabili che si trascina dietro possa alterare, per sempre, i rapporti tra le persone e far virare una vita in un verso o in un altro, inesorabilmente. Parla di passioni forti, vere e coinvolgenti, parla di amore per i viventi indifesi, parla dell’incomunicabilità. Il paradosso è che il padre della protagonista, psicologo, studia il linguaggio dei segni nelle scimmie ma non sa comunicare con i propri figli che perde lungo lo scorrere degli anni.

Siamo tutti completamente fuori di noi” di Karen Joy Fowler

Foglietto Illustrativo

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Sono un tranquillante.
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all’udienza,
incollo con cura le tazze rotte –
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d’acqua.

So come trattare l’infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l’ingiustizia,
rischiare l’assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti –
fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto
che la vita va vissuta con coraggio?

Consegnami il tuo abisso –
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata)
per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c’è più.

Wislawa Szymborska, Ogni caso, 2003

 

“Sottomissione” di Michel Houellebecq – recensione

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Che dire, l’uscita di questo libro sembrerebbe essere stata studiata a tavolino da un navigato editore, ma non è stato così. La vita ha dettato i tempi. “Sottomissione” narra della vita insipiente di un docente universitario, Francois, che vive annidato nel suo appartamento arroccato nel cuore di Parigi, impregnato di quella cultura “alta” che lo distanzia dagli umani, grande esperto di Huysmans che nella maturità si convertì al cattolicesimo. Annoiato e sarcastico, sa guardare a sé con un atteggiamento antropologico, impegnato nell’ossessiva cura del soddisfacimento delle sue necessità primarie. Le elezioni alla presidenza della repubblica francese smaschereranno le carte e la sua nazione, di antica tradizione libertaria, si troverà a fare delle “scelte” apparentemente incomprensibili, ma che vedremo, strada facendo, sempre più giustificabili man mano che il nuovo potere si insinuerà nella coscienza liquida di ciascuno, alla ricerca di un benessere “tranquillo” e non più ideale. Ciascuno, sottomettendosi, giustificherà così la sua sopravvivenza. Questo decadentismo post-tutto è un aspetto che, ci piaccia o no, dobbiamo guardare e col quale dobbiamo confrontarci: di fronte a certe prese di potere colme di violento e folle vigore giovanile una società ammalata non può ribellarsi e non può farlo semplicemente perchè sta morendo. I “valori” per cui dovrebbe combattere si sono annacquati, solo quando scoppia l’aggressività esasperata ed omicida, qualcosa si risveglia in alcune coscienze, ma è come la fiamma di un cerino. Una società esangue che non sa più offrire ideali ai suoi giovani non può che annullarsi, schiacciata da quella stessa forza vigorosa ma anche folle che ha in seno e che non ha saputo coltivare, schiacciata dalla sua stupidità, cieca di fronte alle enormi risorse di una gioventù potente anche solo della sua stessa forza biologica. Tutto ciò è semplicemente tragico, ma è. Nel piccolo delle nostre coscienze, nel grande della sensibilità di una nazione non siamo in grado di trovare un significato che non sia il mero sopravvivere, e avendo rinunciato al resto, non potremo che sottometterci.
Un romanzo che non può non farci pensare, oggetto di varie critiche, sia dal punto di vista contenutistico che letterario, non è contro l’Islam, è contro di noi,  flebili forze irrimediabilmente perdute. Da leggere!

“Sottomissione” di Michel Houellebecq

 

 

Cercando la madre

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Un figlio può dire di conoscere la propria madre?
Peter Handke con “Infelicità senza desideri” del 1976 e James Ellroy  con “I miei luoghi oscuri” del 1997 percorrono due strade alla ricerca ciascuno della propria, delle sue pieghe segrete portate nella tomba.
Cosa sono questi figli che si trovano generati, espulsi nel mondo, costretti a cercare una immagine che li tenga legati ad una figura ancestrale, misteriosa, altra da loro: la madre di Handke, morta suicida a 51 anni, lui trentenne, la madre di Ellroy morta strangolata a 43, lui aveva 10 anni. Handke ne scrive circa due settimane dopo il decesso, Ellroy parecchi anni dopo quando entrambi sono scrittori famosi.
Handke ne parla in prima persona: ne racconta l’esistenza con un distacco che trattiene il dolore, la racconta nella sua essenza più intima come solo un figlio potrebbe fare. Una donna che vive la fatica con durezza e poi fa come quelli che “privati di una propria storia e dei propri sentimenti, col tempo si cominciava, come si dice degli animali domestici, per esempio dei cavalli, a “scartare”. Ci si faceva ombrosi e non si parlava quasi più…” Di lei racconta la dura fatica del gelo, del lavoro, della rigidità dei muscoli e dei sentimenti, dell’incomunicabilità fatta di poche stracciate parole che bisogna per forza dire, del dovere quotidiano che si fa dio perchè ti permette di mangiare qualcosa.
Della madre, attraverso gesti quotidiani, ricorda quelli di lei, sempre gli stessi, come tagliare il pane a fettine nel latte caldo per i suoi bambini, sembra esserci una certa intimità ma è solo apparente, come se guardasse un essere distanziante. Handke dice “più avanti scriverò di tutto questo in modo più preciso”. Ellroy agisce dall’alto di una sicura assoluta distanza, che però rivelerà le sue falle nello stile di vita che gli caratterizzerà gli anni avvenire dopo la morte di lei: depersonalizzato, la voce in esterno racconta per filo e per segno tutta la storia dell’omicidio e delle ricerche fatte allora e poi dopo, quando ha deciso di scriverne per saperne di più, per seguire la sua eterna ossessione per quella donna che chiama “la rossa”. “Sono determinato a trovarti….non puoi fuggire da me. Troppo a lungo sono fuggito da te”. Dopo 35 anni dalla sua morte, a quarantansei anni, si rimette alla ricerca del suo fantasma, ingaggia un investigatore e ripercorre il travaglio di una vita, di nuovo, pezzo per pezzo, “Ero uno scrittore molto ambizioso, morivo dalla voglia di affermarmi. Affermarmi significava due cose. Dovevo scrivere un grande romanzo poliziesco. Dovevo aggredire la vicenda cruciale della mia vita”. Gira sempre intorno a quella storia, finchè la sua donna guarda una foto della rossa e lo spinge a studiarla, “voleva che conoscessi mia madre, voleva che scoprissi chi era e perchè era morta”. Ripassa tutta la via della madre a partire dall’infanzia attraverso foto ingiallite. Al termine della corsa rimane lo struggimento di quella perdita prematura riassunta in quell’anelito “Ti sento. Stai stringendoti a me. Sei andata, e io voglio di più”. Per la cronaca il delitto rimase irrisolto.
Per Handke resterà la domanda “perchè?”, per Ellroy le domande “chi? come?”, per entrambi il senso di una invisibilità filiale che fa il paio con un vuoto che non potran mai colmare.

 

Le ore della pioggia

Salice 2 Visualizzazione Posta elettronica - Rapida

Ma come discernere tra le pagine
chiare la verità innegabile,
in questo freddo che scompagina
gli eventi, dove ritrovare il senso
che da sempre infiamma le coscienze:

ricordo bene le ore della pioggia,
le sere andate a ricercare
i dialoghi interrotti
domandando
alla ragione e ai suoi criteri quali
errati meccanismi ci appartengono;

e cosa, poi, d’autentico rimane
che sono tutti fuori
peccati e peccatori,
che la vita
è tutta in quest’andare e ridondare,
sta in misurate parole
che ci permettono di raccontare.

Andrea Salvadeo

 

Sospetti

punto_di_domandaChe volete che vi dica? Avete qualche idea di chi possa aver sparato? O di chi possa aver telefonato?
Sparato, un sospetto a mia nonna sarebbe venuto anche, ma non si spiega dove abbia potuto prendere la pistola la persona sospettata. Tutti han pensato alla Cornelia Maruzzella. La nonna dice che fondamentalmente non è cattiva, solo dittatoriale quindi infantile, potrebbe aver sparato per minacciare l’ormai abbandonato al suo destino marito signor Commestini, avrebbe sparato in aria così, per spaventarlo. Il perché è sussurrato dalla Marticola, lui dovrebbe stare sempre nel letto, se si alza fa disordine, trascina le ciabatte, lascia le cose in giro, va in bagno senza chiedere il permesso e non tira l’acqua, insomma lei non ce la fa più a tenere un minimo di ordine e di igiene, di igggiene!, e così lo vuole a letto contornato al suo capezzale da pappagalli e padelle alla bisogna. Forse si sarà alzato approfittando di un momento di disattenzione di lei, chi lo può sapere. Se fosse lei la colpevole, la vita di Commestini sarebbe decisamente in pericolo, ancora una volta. Occorrerà scoprire se ci sono buchi nelle pareti, occorrerà cercare di far parlare quell’uomo che tutti ormai immaginano a letto con la coperta tirata fino al collo, occhi spalancati, dentiera in caduta libera, mento tremolante. Il foglio in bacheca parla chiaro “Cercasi volontario per investigazione, si richiedono capacità di osservazione, di distrazione e sangue freddo!”

Aneliti di libertà al Blumen

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn attesa di conoscere l’autore degli spari, compito che ogni abitante del condominio si è dato con senso di volontarietà e fratellanza, il Blumen è stato invaso di volantini innneggianti alla libertà. Foglietti svolazzanti erano sparsi per tutto l’androne e da lì verso la scala esterna e alcuni random anche nelle strade circostanti. L’autore esprimeva la sua indignazione per essere costretto ad uscire di casa alla chetichella guardandosi attorno con circospezione per paura di ricevere una pallottola volante, come spesso si legge nei fatti di cronaca di certe città, per essersi illuso che almeno questo fosse rimasto uno dei pochi condomini della città con un po’ di decoro e che adesso anche il valore degli appartamenti si sarebbe svalutato a causa dell’ultimo fatto di cronaca. Il senso di disagio era espresso dall’autore con chiarezza, ma altrettanta ne traspariva dalle espressioni, dai modi di fare, dall’abbigliamento, in particolare degli elementi di sesso maschile del condominio: le uscite serali settimanali per la carta e le quindicinali per la plastica si sono ridotte decisamente, le poche persone che si azzardavano erano vestite sempre di nero con strane tracce di carboncino sulle guance. Un altro messaggio in bacheca invitava le signore sole a non esitare a chiamare per farsi accompagnare ai bidoni e si raccomandava inoltre che non s’azzardassero ad andarci sole per nessun motivo. Qualcuno aveva apposto in un altro foglio, questa volta di un tenue azzurrino, un invito a non lesinare scelte più azzardate come, per esempio, quella di andare a prendersi un caffè dopo la puntatina ai bidoni. Alla fine si decise che tutti insieme si trovassero nell’androne ad un’ora stabilita e che da lì tutti insieme, uomini davanti e dietro e donne in mezzo, si sarebbero recati ai bidoni e da lì, già abbigliati per uscire, avrebbero fatto una passeggiata in piazza per farsi compagnia.
La nonna ha commentato che in fondo, al Blumen, nonostante girassero armi non denunciate, sicuramente la gente si voleva bene: è il principio della guerra fredda, siamo entrambi armati, io so che tu sai che io so, vediamocela insieme che ci conviene. Il deterrente paura ha concorso ulteriormente a riunire gli abitanti, tutti quanti decisi, comunque, a farla pagare allo sparatore se mai lo avessero individuato. La sera della prima uscita si trovò anche la Marticola nel gruppo, agguerrita più che mai contro colui che aveva combinato quel guaio telefonando alla Polizia. Tutta quella gente aveva sporcato le parti comuni del condominio proprio quando lei aveva terminato il suo lavoro, inoltre nessuno di loro, tranne colui che aveva telefonato, aveva mai sentito sette spari. La cosa, a pensarci, sembrava davvero demenziale, ed era proprio di quello che stavano parlando quando videro Cocoscia Nella, agghindata come per andare ad un cocktail, scendere lentamente le scale dondolando leggermente un sacchetto rosa trasparente di rifiuti…