“L’istinto di narrare” di Jonathan Gottschall – recensione

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L’autore dice che per l’uomo raccontare storie è fondamentale, è una questione di vita. Le storie sono illusioni, certo, ma le illusioni positive ci impediscono di disperarci. Siamo in un’epoca di antidepressivi ed ansiolitici vari consumati con precisione sacrale eppure, il modo più comune di affrontare l’ansia esistenziale di fondo è parlarne o leggerne o sentirle raccontare; spesso la depressione e l’ansia derivano da una “storia incoerente”, una narrazione inadeguata di noi stessi, insomma ce la raccontiamo un po’ come ci sembra che ci faccia stare meglio, anche quando ci raccontiamo cose tristi. La psicoterapia aiuta, quando siamo infelici, a mettere in careggiata la nostra storia di vita, aiutandoci a costruire una storia, vera, con la quale possiamo vivere. E funziona: studi scientifici controllati dimostrano che la terapia della parola è un trattamento pari o anche meglio dei farmaci. Una cosa similare la fanno anche le storie, quelle che ci raccontiamo della nostra vita e quelle degli altri, o quelle che leggiamo nei romanzi e nei racconti, che nutrono la nostra immaginazione dandoci mondi sicuri nei quali fare pratica, è per questo che noi umani non smetteremo mai di farlo. Quante volte ci siamo resi conto che un romanzo ha cambiato un piccolo pezzo della nostra vita? Infinite. Ecco perchè non smetteremo mai di raccontarci storie, di avere sete di leggerne.

L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall

“Siamo tutti completamente fuori di noi” di Karen Joy Fowler – recensione

siamo tutti completamente fuori di noi

Un bel libro. Un punto di vista curioso eppure così vero e assolutamente possibile. Crescere in una famiglia di studiosi e far parte di un esperimento senza saperlo, come se i sentimenti non esistessero e solo ciò che conta è quanto riesci ad imparare, non tu, ma tua sorella che ti assomiglia per un patrimonio genetico quasi uguale al tuo, ma che non è lo stesso perchè lei è uno scimpanzè. Un libro che fa riflettere quanto un esperimento che non tenga conto delle emozioni non registrabili che si trascina dietro possa alterare, per sempre, i rapporti tra le persone e far virare una vita in un verso o in un altro, inesorabilmente. Parla di passioni forti, vere e coinvolgenti, parla di amore per i viventi indifesi, parla dell’incomunicabilità. Il paradosso è che il padre della protagonista, psicologo, studia il linguaggio dei segni nelle scimmie ma non sa comunicare con i propri figli che perde lungo lo scorrere degli anni.

Siamo tutti completamente fuori di noi” di Karen Joy Fowler

Silenziosamente al mattino spicca il tuo volo: la recensione di Quarta di copertina

copertina Silenziosamente

Ringrazio Chiara del blog Quarta di copertina per la bella recensione che pubblico qui di seguito.
Potete leggere l’originale al seguente link.

Ambientato in un prossimo futuro, quando sul pianeta si attende un cataclisma fatale per la terra e i suoi abitanti.
Nonostante le drastiche notizie annunciate dai media, ci sono persone fra le quali Giorgio che non si rassegnano a rinunciare a vivere la propria vita.
Il protagonista, Giorgio appunto, decide che la sua situazione familiare ormai si è fatta stretta per lui, è arrivato il momento di prendere in mano se stesso e le sue responsabilità per poter assaporare quella dolce ebrezza che solamente una libertà accompagnata da un impegno di vita in prima persona possono dargli.
Lettura piacevolissima, con punte di ironia notevole, molto ben caratterizzati i personaggi ognuno dei quali rappresenta una tessera indispensabile alla costruzione di questa costruzione perfettamente in equilibrio fra il serio e il faceto.
Le pagine scorrono una dopo l’altra donandoci sensazioni profonde e leggere al tempo stesso.
Al termine della lettura ci si rende conto di quanto Gina, Tina, il vecchio Padre, Pegy, già ci manchino con la loro innegabile simpatia.
Ce la farà il nostro Giorgio? Quale speranza per la sopravvivenza della terra?
Le risposte all’interno del racconto di Enrica, buona lettura.

“Sottomissione” di Michel Houellebecq – recensione

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Che dire, l’uscita di questo libro sembrerebbe essere stata studiata a tavolino da un navigato editore, ma non è stato così. La vita ha dettato i tempi. “Sottomissione” narra della vita insipiente di un docente universitario, Francois, che vive annidato nel suo appartamento arroccato nel cuore di Parigi, impregnato di quella cultura “alta” che lo distanzia dagli umani, grande esperto di Huysmans che nella maturità si convertì al cattolicesimo. Annoiato e sarcastico, sa guardare a sé con un atteggiamento antropologico, impegnato nell’ossessiva cura del soddisfacimento delle sue necessità primarie. Le elezioni alla presidenza della repubblica francese smaschereranno le carte e la sua nazione, di antica tradizione libertaria, si troverà a fare delle “scelte” apparentemente incomprensibili, ma che vedremo, strada facendo, sempre più giustificabili man mano che il nuovo potere si insinuerà nella coscienza liquida di ciascuno, alla ricerca di un benessere “tranquillo” e non più ideale. Ciascuno, sottomettendosi, giustificherà così la sua sopravvivenza. Questo decadentismo post-tutto è un aspetto che, ci piaccia o no, dobbiamo guardare e col quale dobbiamo confrontarci: di fronte a certe prese di potere colme di violento e folle vigore giovanile una società ammalata non può ribellarsi e non può farlo semplicemente perchè sta morendo. I “valori” per cui dovrebbe combattere si sono annacquati, solo quando scoppia l’aggressività esasperata ed omicida, qualcosa si risveglia in alcune coscienze, ma è come la fiamma di un cerino. Una società esangue che non sa più offrire ideali ai suoi giovani non può che annullarsi, schiacciata da quella stessa forza vigorosa ma anche folle che ha in seno e che non ha saputo coltivare, schiacciata dalla sua stupidità, cieca di fronte alle enormi risorse di una gioventù potente anche solo della sua stessa forza biologica. Tutto ciò è semplicemente tragico, ma è. Nel piccolo delle nostre coscienze, nel grande della sensibilità di una nazione non siamo in grado di trovare un significato che non sia il mero sopravvivere, e avendo rinunciato al resto, non potremo che sottometterci.
Un romanzo che non può non farci pensare, oggetto di varie critiche, sia dal punto di vista contenutistico che letterario, non è contro l’Islam, è contro di noi,  flebili forze irrimediabilmente perdute. Da leggere!

“Sottomissione” di Michel Houellebecq

 

 

Cercando la madre

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Un figlio può dire di conoscere la propria madre?
Peter Handke con “Infelicità senza desideri” del 1976 e James Ellroy  con “I miei luoghi oscuri” del 1997 percorrono due strade alla ricerca ciascuno della propria, delle sue pieghe segrete portate nella tomba.
Cosa sono questi figli che si trovano generati, espulsi nel mondo, costretti a cercare una immagine che li tenga legati ad una figura ancestrale, misteriosa, altra da loro: la madre di Handke, morta suicida a 51 anni, lui trentenne, la madre di Ellroy morta strangolata a 43, lui aveva 10 anni. Handke ne scrive circa due settimane dopo il decesso, Ellroy parecchi anni dopo quando entrambi sono scrittori famosi.
Handke ne parla in prima persona: ne racconta l’esistenza con un distacco che trattiene il dolore, la racconta nella sua essenza più intima come solo un figlio potrebbe fare. Una donna che vive la fatica con durezza e poi fa come quelli che “privati di una propria storia e dei propri sentimenti, col tempo si cominciava, come si dice degli animali domestici, per esempio dei cavalli, a “scartare”. Ci si faceva ombrosi e non si parlava quasi più…” Di lei racconta la dura fatica del gelo, del lavoro, della rigidità dei muscoli e dei sentimenti, dell’incomunicabilità fatta di poche stracciate parole che bisogna per forza dire, del dovere quotidiano che si fa dio perchè ti permette di mangiare qualcosa.
Della madre, attraverso gesti quotidiani, ricorda quelli di lei, sempre gli stessi, come tagliare il pane a fettine nel latte caldo per i suoi bambini, sembra esserci una certa intimità ma è solo apparente, come se guardasse un essere distanziante. Handke dice “più avanti scriverò di tutto questo in modo più preciso”. Ellroy agisce dall’alto di una sicura assoluta distanza, che però rivelerà le sue falle nello stile di vita che gli caratterizzerà gli anni avvenire dopo la morte di lei: depersonalizzato, la voce in esterno racconta per filo e per segno tutta la storia dell’omicidio e delle ricerche fatte allora e poi dopo, quando ha deciso di scriverne per saperne di più, per seguire la sua eterna ossessione per quella donna che chiama “la rossa”. “Sono determinato a trovarti….non puoi fuggire da me. Troppo a lungo sono fuggito da te”. Dopo 35 anni dalla sua morte, a quarantansei anni, si rimette alla ricerca del suo fantasma, ingaggia un investigatore e ripercorre il travaglio di una vita, di nuovo, pezzo per pezzo, “Ero uno scrittore molto ambizioso, morivo dalla voglia di affermarmi. Affermarmi significava due cose. Dovevo scrivere un grande romanzo poliziesco. Dovevo aggredire la vicenda cruciale della mia vita”. Gira sempre intorno a quella storia, finchè la sua donna guarda una foto della rossa e lo spinge a studiarla, “voleva che conoscessi mia madre, voleva che scoprissi chi era e perchè era morta”. Ripassa tutta la via della madre a partire dall’infanzia attraverso foto ingiallite. Al termine della corsa rimane lo struggimento di quella perdita prematura riassunta in quell’anelito “Ti sento. Stai stringendoti a me. Sei andata, e io voglio di più”. Per la cronaca il delitto rimase irrisolto.
Per Handke resterà la domanda “perchè?”, per Ellroy le domande “chi? come?”, per entrambi il senso di una invisibilità filiale che fa il paio con un vuoto che non potran mai colmare.

 

Recensione di “La gemella H” di Giorgio Falco

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Se volete fare un salto nel senso delle piccole cose delle nostre piccole esistenze, qui ce n’è per tutti i nostri piccoli gusti. La storia è quella di un altrettanto piccolo nucleo famigliare che emigra in Italia. Non si tratta dei diseredati reietti umiliati sofferenti nel corpo e nella mente cui siamo abituati. I protagonisti sono tedeschi doc, bavaresi, per la precisione, dovrei dire ariani, dato il caso, la loro storia è narrata a partire dagli anni trenta del secolo scorso ad ora. Le tappe della loro migrazione sono Merano, Milano e la riviera adriatica.

La storia è raccontata in prima persona, a tratti da una e a tratti dall’altra delle due gemelle protagoniste, Helga ed Hilda, che seguiamo nell’arco di tutta la loro vita.

Visivamente il romanzo è confezionato come un lavoro, assemblando migliaia di affetti/effetti, odori, sapori, atmosfere, stili di vita tracciati con pennellate di colore deciso, incastonati perfettamente l’uno con l’altro. Si parte dalla piccola Heimat che non può non ricordarci l’opera di Edgar Reitz e la sua atmosfera di operosa vita quotidiana, di cose pulite, di saggezza antica contadina, di crocifissi di montagna con il loro piccolo mazzetto di fiori, di decisioni neanche troppo difficili da prendere quando si deve decidere da che parte stare, soprattutto se al governo del paese c’è un tale di nome Hitler. E poi, con la fine della guerra, la fuga, il nascondimento-ma-non-troppo, la vita di gente che ama il proprio lavoro e che non vuole fare altro che quello e bene; di gente che potrebbe vivere di rendita ma rispolvera l’operosità degli avi per giustificare ciò che possiede e di cui si è appropriata approfittando senza troppi scrupoli della disgrazia capitata ai vicini disgraziati di ebrei.

Giustificare certe scelte con un operoso lavoro forse non basta e qualcosa di quello che hai sottratto prima o poi ti lascerà di nuovo drammaticamente.

La storia delle protagoniste la lascio al lettore, ciò che mi ha più colpito del romanzo è l’originalità della prospettiva da cui parte l’osservazione e la conferma che le colpe dei padri, se non depurate, comunque, prima o poi cadranno sulle teste dei figli.

“La gemella H” di Giorgio Falco

 

Alla fine del sonno di Willem Frederik Hermans – Recensione

Alla-fine-del-sonno-Hermans-copertina-191x300Anticipo tre cose, la prima è che, se non amate la montagna, probabilmente questo romanzo non fa per voi; secondo, questo non è un libro di montagna; la terza è solo divertente: terminatane la lettura, ho iniziato un altro libro “La presa” di Stephan Enter, che, stranamente, era scritto da un olandese, così come è olandese l’autore di Alla fine del sonno: Lotte, una protagonista della mia seconda lettura, porta con sé nello zaino proprio questo libro e definisce il suo protagonista, Alfred Issendorf ,“un mitomane e un pappamolle”. Non ho terminato “La presa” per cui presumo che Lotte ne abbia fatto una lettura precipitosa o l’abbia interrotta per gli avvenimenti che travolgono lei stessa, sicuro è che dissento totalmente da quel giudizio. Il giovane geologo si e ci trascina in un’impresa estrema ai confini delle possibilità umane. Per portarla a termine ci vuole fortuna e una volontà indefessa, impigliata, calcificata che la sostenga: Alfred deve rendere onore a quel padre che, se non fosse improvvisamente morto appena prima del suo settimo compleanno, gli avrebbe regalato un meteorite che aveva a lungo cercato per lui.
Alfred cresce, alacremente e furbescamente alimentato dalla madre che lo nutre con un mito maschile fallimentare che Alfred dovrà riscattare. Tuo padre non ce l’ha fatta, ce la dovrai fare tu. Inseguendo miti altrui, rinunciando alla propria passione di diventare flautista, studia geologia e dedica la propria esistenza alla ricerca del meteorite che gli darà la gloria. Il meteorite sarà l’obiettivo della spedizione nell’estate senza notte e senza sonno del vero profondo Nord. Lo accompagnano altri tre giovani geologi norvegesi. Al termine della spedizione tutto sarà diverso e chiaro e la vita rivelerà la sua beffa. Altro non posso dirvi.
Hermans fu geografo e scrittore, la sua scrittura pulita e chiara, trascina e trasmette la realtà delle cose così come sono, ma, al tempo stesso ti fa scoprire la complessità nella semplicità, come dall’alto di un idrovolante che sorvola le coste a picco e frastagliate della limpida Norvegia.

Pieno di luna: la recensione di Roberto Baldini

pieno di lunaPieno di luna, il mio ultimo romanzo breve, lentamente raccoglie nuovi lettori. E nuove recensioni.
Ecco qui di seguito quella di Roberto Baldini che ringrazio.
Potete leggerla anche sul suo blog a questo link.

Una storia che vi colpirà.
Un presente come il nostro, un mondo parallelo che sembra il nostro riflesso appannato.
Altiero, docente universitario da tanto, troppo tempo, vive circondato dai suoi ricordi. E anche dai rimorsi, purtroppo. Questi ultimi, mischiati a spezzoni di vita infelici, lo “costringono” a sottoscrivere un abbonamento con la Società Trasparenze.
Cosa fa questa fantomatica società? Semplice: invade la coscienza con ideogrammi che faranno ricordare il passato sepolto tra i lembi della memoria.
Qualcosa però non va per il verso giusto, la classica virgola che, da sola, riuscirà a mutare l’intero contesto.
A un tratto il presente inizia a mescolarsi con il passato, uno scherzo della mente che proprio non era previsto.
Una moglie, una figlia e un nipote: che fare, ora? Affrontare il problema a muso duro o darsi alla fuga? Riuscirà a fuggire al “Pieno di luna?”

Enrica M. Corradini ci disegna una storia semplice e complicata al tempo stesso, un qualcosa che vi entrerà nella mente, lasciandovi mille sensazioni contrastanti.
Un libro breve ma intenso, pagine che scivoleranno sotto il vostro sguardo alla velocità della luce, una storia intrigante che leggerete con piacere.
E, forse, non una volta soltanto…

Non è più come prima di Massimo Recalcati – Recensione

TEM-06-Recalcati-S-800x800Elogio del perdono nella vita a morosa. Si parla del tradimento che irrompe nella coppia e delle sue conseguenze e si parla del perdonare.
Che sia vero che oggi una perdita, di qualsiasi tipo, debba essere immediatamente rimpiazzata, è un dato di realtà e quando una coppia si scioglie, non ci si da il tempo della solitudine, quantomeno per riflettere, su quanto è accaduto. Ma se la fine di un amore è equiparabile ad un lutto, essa necessiterà di una digestione, che di solito non ci si permette, cercando disperatamente il/la sostituto/a che lo rimpiazzi. Passare attraverso il lutto che lascia un tradimento richiede tempo, non parliamone se si decide di perdonare.
Il saggio di Recalcati apre con questa possibilità, non che perdonare sia una novità, lo si pratica da millenni, per amore, per interesse, per pusillanimità, per dipendenza, per debolezza. Egli rende onore al perdono come ad un atto degno di essere qualificato e non più relegato nell’angolo della sopportazione o della bontà del buon cattolico. Perdonare richiede fatica. Perdonare non è un atto di successo, così come non lo è il suo contrario, e, attenzione attenzione, sia il perdonare che il non perdonare hanno la stessa valenza.
Naturalmente vengono alla mente le mille sfaccettature della rabbia, del dolore, della depressione e, non inferiore per densità emotiva, della confusione: ci si lascia? Si sta insieme? Ancora? Come? Come fare senza l’altro/a? Lo stato di confusione che dilaga quando si è preda di forti emozioni impedisce quella vera riflessione, che richiederebbe, invece, l’atto del perdonare ed esso, che, per questo motivo, si trasforma in un percorso ad ostacoli. Aprire la possibilità al perdono come scelta e non come dovere morale, sociale, sanitario, è un’apertura slow nella società del consumo veloce, anche delle relazioni, dove morto un papa se ne fa un altro. Perdonare come possibilità, non come necessità, diventa allora una forma di libertà che non lascia spazio alla debolezza, ma ci da il termometro della nostra forza.

Non è più come prima di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore)

 

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki – Recensione

L’incolore-Tazaki-Tsukuru-e-i-suoi-anni-di-pellegrinaggioL’incipit vale il romanzo: “Dal mese di luglio del suo secondo anno di università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire.”
Perfetto. Cosa si può aggiungere o togliere a tanto rigore?
Tutti gli amici di Tazaki hanno un colore nel loro cognome ma il suo mondo ora è senza colori perchè ha perso la loro amicizia. Le parole stringate dell’incipit condensano l’universo del giovane uomo.
Era una amicizia rigorosa, selettiva, quella che li legava, di quelle che non lasciano spazio ad altro e che si è spezzata con la clamorosa espulsione dal gruppo di Tsukuru.
Il dolore di questa perdita, delle persone che con lui avevano condiviso pressochè tutte le ore del giorno da anni, il loro abbandono senza emozioni, silenzioso, nudo e muto sono pesi insopportabili che lo chiudono vieppiù in se stesso, solo le stazioni e il passare dei treni lo calmano e riconciliano momentaneamente con se stesso. L’espressione di questi sentimenti così delicati ma, al tempo stesso, violenti poichè sottendono pensieri di morte per suicidio, è tracciata da Murakami con attento controllo della parte emotiva che sembra voler sboccare all’aperto e invece è retratta nel silenzio di una vita non più vissuta ma sopportata. I pensieri annegano nella mente del giovane in circuiti viziosi finchè, parecchi anni dopo, incontra casualmente Sara che lo invita a tornare a Nagoya, la città natale, per scoprire cosa è davvero successo. Solo così il suo cuore e la sua mente saranno liberi di amarla. Ed ecco, abbandonato l’orgoglio della solitudine, il rituale pellegrinaggio alla ricerca della verità. Il ritorno ad un passato che ritrova cambiato, alla verità pur dolorose eppur così banale, il rendersi conto di come le persone le sopportano senza conoscerne il prezzo emotivo da saldare, gli permettono di staccarsi definitivamente dall’adolescenza per spiccare davvero il volo verso la vita piena.

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki