Notte di Nebbia in Pianura di Angelo Ricci – Recensione

copertina Notte di nebbia in pianuraLeggere Ricci ed essere introdotti all’interno di un ineludibile senso dell’effimero è cosa certa; il tutto, unito ad una certa levità, pare appartenere alla scrittura della gente di questa terra. Che sia la nebbia che già traspare dalla copertina e dal titolo del romanzo? È la nebbia che avvolge la pianura padana, che la movimenta, ne fa danzare le cose, sfumandole di quel non colore che si vede nei paesaggi leonardeschi apparentemente opaco, così sottotono, che vuole esserci ma non gradisce di far vedere che c’è; ti aspetteresti che da questa nebbia traspaiano cose sinuose, invece dalla forza della scrittura emerge, come dopo una lunga apnea, un mondo variegato che pulsa vita da tutti i pori. Buoni e cattivi ma neanche tanto, figure dai colori netti che non vogliono sbiadire ma anch’esse fatte di nebbia che si affacciano come a tante finestre dello stesso caseggiato e tu passando le intravedi. Movimento, movimento che appare e scompare e tu, per vedere, così come facciamo nella nebbia, sei costretto a puntare sui dettagli, a cercare punti di riferimento. I personaggi che prendono vita e le loro poche frasi, definite, ripetute ossessivamente, ci fanno da bussola. Ognuno è a sé, intagliato nel legno, quello che l’umidità avvolge di muschio. E poi la nebbia è leggera, come lo sono forzatamente le nostre personalità. La nebbia che tutto indistintamente avvolge alleggerisce i pesi che se li intra-vedi non sembrano poi così pesanti; ti appaiono pezzo a pezzo ed è più facile sopportarli. Il giovane uomo perso nel suo modo stantio, la madre che lo ha lasciato al suo destino, questa volta il suo “meno male che sei alto” non rappezzerà più gli strappi che la vita gli procurerà; il rabbioso che vive d’improperi, anch’egli fermo, il confronto con la forza pubblica, sempiterno rincorrersi di buoni e cattivi e qualche volta non sai davvero più chi sono i buoni, e neanche i cattivi, il Fanelli, personaggio delizioso che da dietro le quinte dice la sua e poi decide di lasciare; gli agenti di servizio, la detenuta Sandri Anna, appiccicata ad un brandello d’affetto che sta tutto nell’odore della felpa del suo Ibrahim che l’ha appena incastrata in un pasticcio ed è scomparso, e lei, cerca il suo bambino disperata e continua a credere in quell’uomo che le ha gettato in galera con la sua felpa. Gli amici del pokerino. Svetlana, la donna di Ucraina di uno di loro, che deve imparare a parlare meglio se no sembrerà sempre una immigrata….
Il Ricci scrive bene, va liscio, evapora le parole, anche quelle pesanti e le mette nella bocca di una umanità infarcita di speranze e di umidità, la nostra.

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Pieno di luna: la recensione di Angelo Ricci

pieno di lunaRingrazio Angelo Ricci per la sua bella recensione che potete leggere anche nel suo blog.

Un inquietante e al contempo delicato paesaggio dell’anima, luogo di trasfigurazioni di destini che si fondono in un continuum spaziotemporale che bene amalgama futuri che sono debitori di una certa fantascienza che, per dirla alla Ballard, è consapevole che i veri alieni siamo noi e panorami che sono quelli della consuetudine del dolore, degli affanni, contigui a una narrazione dall’impostazione propria del romanzo classico. Ma lentamente tutto muta, si trasforma, appalesando elementi celati tra le righe.
Una trama che sussurra e fa trasparire mutamenti epocali, prodromici di altre e ben più definitive mutazioni capaci di colpire la vita (la fine delle farfalle, delle api), attraverso sottili e tuttavia forti pennellate che danno il senso della totalità a questo prezioso affresco in cui la vita stessa e la morte si rincorrono come nella stazione sospesa sul pianeta senziente Solaris immaginato da Stanislaw Lem, non rinunciando comunque alla ostensione di tracce di una quotidianità forse passata (le case, i corridoi, i libri) che rimandano a corrispondenze di sensi e sentimenti che ricordano il Caro Michele di Natalia Ginzburg. E mentre cerchiamo di radunare le sensazioni che questa lettura ci regala veniamo ancora una volta affascinati dalla presenza di simulacri o sostanze forse lenitive di un presente troppo atroce o fantasmi allucinatori che ricordano certe narrazioni phildickiane o certe palazzine vittoriane immerse in metropoli alla Blade Runner. Un denso procedere di sentimenti, di visioni, di contaminazioni, di illusioni forse indotte da altre mutazioni dei tempi e la capacità dell’Autrice di fondere classico e moderno ci ricordano la levità piena di forza di certi dialoghi fatti di sguardi alla Murakami Haruki.
Un libro.