Pieno di luna: la recensione di Angelo Ricci

pieno di lunaRingrazio Angelo Ricci per la sua bella recensione che potete leggere anche nel suo blog.

Un inquietante e al contempo delicato paesaggio dell’anima, luogo di trasfigurazioni di destini che si fondono in un continuum spaziotemporale che bene amalgama futuri che sono debitori di una certa fantascienza che, per dirla alla Ballard, è consapevole che i veri alieni siamo noi e panorami che sono quelli della consuetudine del dolore, degli affanni, contigui a una narrazione dall’impostazione propria del romanzo classico. Ma lentamente tutto muta, si trasforma, appalesando elementi celati tra le righe.
Una trama che sussurra e fa trasparire mutamenti epocali, prodromici di altre e ben più definitive mutazioni capaci di colpire la vita (la fine delle farfalle, delle api), attraverso sottili e tuttavia forti pennellate che danno il senso della totalità a questo prezioso affresco in cui la vita stessa e la morte si rincorrono come nella stazione sospesa sul pianeta senziente Solaris immaginato da Stanislaw Lem, non rinunciando comunque alla ostensione di tracce di una quotidianità forse passata (le case, i corridoi, i libri) che rimandano a corrispondenze di sensi e sentimenti che ricordano il Caro Michele di Natalia Ginzburg. E mentre cerchiamo di radunare le sensazioni che questa lettura ci regala veniamo ancora una volta affascinati dalla presenza di simulacri o sostanze forse lenitive di un presente troppo atroce o fantasmi allucinatori che ricordano certe narrazioni phildickiane o certe palazzine vittoriane immerse in metropoli alla Blade Runner. Un denso procedere di sentimenti, di visioni, di contaminazioni, di illusioni forse indotte da altre mutazioni dei tempi e la capacità dell’Autrice di fondere classico e moderno ci ricordano la levità piena di forza di certi dialoghi fatti di sguardi alla Murakami Haruki.
Un libro.

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Pieno di luna: l’incipit

pieno di lunaSiete troppo pigri persino per scaricare l’estratto gratuito di Pieno di luna?

Vi faccio un regalo, allora.

L’incipit del romanzo:

C’è un’ora in cui i fantasmi della notte non ancora defilati perdono potere, ed è proprio questo il momento in cui si genera l’angoscia. Una presenza sempre più evanescente, vuota, luce rada che, trafiggendoli, rende loro trasparenza. Sono i trapassati, i nostri fantasmi notturni che col favore delle tenebre ci vengono a visitare; visitatori inopportuni che si confondono nel giorno, pronti a riprendere forma appena esso si sfuma.

Non più vivi ma non ancora morti. Raramente compaiono all’inizio del riposo, la stanchezza fa da baluardo alla loro leggerezza, il peso del sonno profondo li trattiene pressati come sotto una botola di cemento armato, poi, man mano che il sonno si alleggerisce, prendono forza ed emergono dall’ultra-mondo. Che cosa sia l’ultramondo non ci è dato di saperlo, si sa solo che è il regno in cui le forze ultrasottili dominano incontrastate: si rivela alla coscienza col favore delle tenebre per poi sfuggire come acqua tra le dita all’apertura delle palpebre, allo scroscio dello sciacquone del vicino, a un piccolo rumore secco e improvviso; i trapassati come sirene stazionano in attesa del canto dell’upupa che le ammalia e le inquieta, paralizzati si bloccano interrotti dalla luce che li relega all’invisibilità impotente. Non sono vampiri che suggono sangue dalle carotidi di anemiche fanciulle come api dai fiori, loro vogliono “esserti”, essere-in-te, pervadere la tua mente come la luce pervade loro. Se ti svegli quando la notte s’è dileguata, non ci sono pericoli di sorta, ma se per caso lo fai nel lasso di tempo tra i due stati, allora il pericolo è reale perché diventi trafiggibile ostaggio, potresti entrare nell’altra dimensione, di cui si conoscono solo suoni remoti che attraversano il buio assoluto con stridio di freni: non li avete mai sentiti nel cuore della notte? No? Pensateci bene e fate caso, se mai, la prossima volta.

 

Bla bla bla

UnknownGiuro che non mi riferisco ai partiti o alle idee o ideologie che ciascuno dei protagonisti rappresenta. Questa riflessione riguarda ancora una volta le parole e i loro contenuti: ieri sera ho seguito a tratti, come solo è possibile fare, una trasmissione televisiva: parla un oratore molto competente su cifre, fatti, progressione dei fatti, analisi delle conseguenze, fa delle obiezioni che possono essere condivise o meno, le propone al deputato di turno il cui partito è oggetto delle obiezioni suddette e l’interrogato, cosa fa? Anziché rispondere alle obiezioni come si converrebbe in un colloquio civile, si gira dall’altra parte e attacca la deputata alla sua sinistra. E forse la deputata è anche intelligente, cosa che, purtroppo non ha avuto modo di dimostrare. Ma non era lì per la valutazione del suo QI. Il punto è che sembrava manovrata, come se fosse stata messa lì da qualcuno che le abbia detto “qualsiasi cosa ti dicano e chiunque te la dica, tu attacca continuamente quelli là…”. La cosa grave è che la poverina ci ha provato, il risultato è che è stata disarmante la visione di quella scena per la solita noia che proponeva, per il vizio spacciato per dovere di verità, di parlare sulle parole dell’altro, così come lo è stata la trasmissione ove il “moderatore”, che mi è parso più attento a movimenti immaginari di audience che altro, come si conviene ad un “bravo” moderno giornalista, sembrava a tratti intrappolato in quel battibeccare. Risultato: le due donne, sic, si sono prese delle “galline” in quanto il loro “parlare” è stato definito da pollaio. Questo è lo stato dell’arte signori miei. E aggiungo, tristemente, per par condicio, quando gli uomini comunicano tra loro alla stessa maniera? Dove siamo, in un bar?

Il Grattacielo

TurningTorso01E’ una riflessione sugli ultimi, me l’ha passata una persona che è davvero innamorata degli animali che cura con dedizione assoluta. Se pensate di essere messi male, credetemi, ce ne sono sempre troppi che sono messi peggio: per queste creature, forse, potremmo fare qualcosa persino noi, per cominciare semplicemente facendoli entrare nel nostro sistema di pensiero.   Se volete approfondire andate su “Ondamica”
“Il Grattacielo” di Max Horkheimer da “Crepuscolo, appunti presi in Germania 1926-1931”, Einaudi 1977:
Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così:
su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro;
sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti;
sotto di essi -suddivise in singoli strati- le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacchè finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali.
Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.